• Set
    29
    2017

Album

Virgin, EMI

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Diciamolo. Se non fosse stato per la sua splendida take su Hallelujah Money, l’ultimo album dei Gorillaz non avrebbe contato su nemmeno un pezzo memorabile. E Hallelujah Money, una canzone in equilibrio tra preghiera, sermone, pantomima, musical e favola apocalittica, memorabile lo era e lo è per davvero, vuoi per il crooning distaccato tra recita e farsa che incrocia il santissimo albero genealogico del rock che da Elvis porta a Alan Vega e Nick Cave (dalla porta di Jacques Brel), vuoi per il videoclip che la accompagnava, condiviso, strategicamente, poche ore prima dell’inaugurazione della Presidenza di Donald Trump, allora neoeletto Presidente degli Stati Uniti. Nell’incubo fattosi cruda realtà, in un ascensore (per l’inferno) verso la vetta (della Trump Tower), Clementine, con addosso un cappotto nero di un’eleganza funerea à la Rodriguez, guardava dritto in camera e narrava di alberi della prosperità (americana) i cui frutti venivano divorati da corvi provenienti da oriente e di mura necessarie per proteggersi, mura sì, come unicorni, “In full Glory …and Galore”.

In Hallelujah Money è racchiuso il succo beffardo e frontale della poetica di questo tenore ventinovenne, giovane poeta di origini anglo-ghanaési, pianista autodidatta preceduto da una piccola/grande leggenda. Per primo a stregarlo è stato Satie poi da busker autoesiliatosi a Parigi – città dove si era trasferito una decina scarsa di anni prima da Londra – si è ritrovato nel giro di un lampo a sfornare prima un acclamato EP (2013) che gli è valso paragoni con Antony e Nina Simone, nonché gli incoraggiamenti di Paul McCartney in persona (nel backstage di una puntata di Jools Holland), e poi un album – At Least For Now che ha fatto man bassa di recensioni aggiudicandosi pure il Mercury Prize.

Ebbene, da quel debut del 2015, per il quale si scomodarono paragoni con Tom Waits e Leonard Cohen, una collezione di canzoni al piano intonate in una prosa che David Byrne marchiò come direttamente proveniente “da un altro mondo” (in un articolo del 2016), a questo I Tell A Fly sembrano passati non due, ma 10 anni e più. Clementine è riuscito a pubblicare su major un lavoro coraggioso, paragonabile – con le dovute pinze – a quelli dell’ultimo Scott Walker (metti una One Awkward Fish), fatto di una pasta che, nei suoi momenti più avanguardisticamente glam, ricorda tanto Bowie (fan di Walker, il cui spettro si allunga indirettamente su parte dell’album) quanto persino certi Sparks (Farewell Sonata). Fuor di comparazioni, è un disco che per quanto eccentricamente errabondo e teatrale, risulta il prodotto di un artista in pieno controllo della propria visione.

Tematicamente, lontani dal romanticismo classico di una London, siamo in un gioco di specchi tra soggettiva, recita (in ennesime persone) ed “esterne”, testi prismatici pensati sullo sfondo di luoghi precisi sparsi attorno al globo che sono stati (e sono) teatro di conflitti e violenze: il bullismo nelle scuole londinesi, la crisi dei rifugiati, la Giungla di Calais o la guerra in Siria fanno così da sfondo a metafore, giochi di parole, poesia ermetica e altri fuoripista, come ad esempio lo stesso fil rouge che – in teoria – lega l’opera e vede protagonisti due uccellini innamorati (o erano mosche?). Nel concreto, in Welcome To The Jungle Benjamine cammina tra i rifugiati di Calais ma la sua attenzione è (autobiograficamente) rivolta anche ai ragazzi di una Londra che non riconosce più. Si riferisce a se stesso come ad un vecchio alieno che cammina nuovamente in terra straniera (altro riferimento a Bowie?), e altrove ritorna e si re-immagina bambino nel gesto di perdonare Billy the bully (il bullo che lo picchiò da ragazzo) chiosando con versi come questo: per me la differenza tra amore e odio ha lo stesso peso della differenza tra risotto e il budino di riso.

Dettato lo scenario, Clementine direziona in libertà i suoi pensieri, ma più che il j’accuse, il suo interesse, spesso sulle note di un garrulo clavicembalo, è la mise en scène di quell’arcigno balletto che è la vita, osservata dall’interno di un teatrino di cartone perso nel tempo che, rispetto a quello del recente passato, ha iniziato a piroettare su se stesso. Rare le concessioni al conforto e al pop, con una piccola grande eccezione però: la beatlesiana e più che valida Jupiter. In Tell A Fly la preoccupazione maggiore del Nostro non sembra altro che il gesto artistico puro, un’azione che arriva a destinazione non senza qualche intoppo, eppur con una sua logica, senz’altro alle sue sole condizioni, con molteplici tocchi, singolari ed eccentrici (dimenticavamo di citare i cori maschili), degni di un disco di Kate Bush.

E Clementine, cambiandosi d’abito con la stessa velocità di un coreografo di una grassa pantomima britannica, sa mostrarsi tanto avvolgente e fraterno quanto altero e solenne (Better Sorry Than Asafe) scegliendo spesso una terza via, guardando di sguscio tra le maschere, ognuna scolpita in strofe, accenti, altezze e afflato che ne amplificano le sfumature e i rimandi possibili. Una prova meno immediata e cantautorale rispetto all’esordio, si diceva, dettata dall’urgenza di catturare in diapositive e schizzi sulla tela il pandemonio che stiamo vivendo, ma anche animata dal bisogno di sperimentare nuovi territori musicali e arrangiativi per esprimerla, per questo funambolica e a tratti dispersiva, eppure artisticamente coraggiosa e potente. Bon Voyage.

3 Ottobre 2017
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