• Set
    20
    2019

Album

Columbia Records

Add to Flipboard Magazine.

La scorsa settimana sono usciti – solo per citare i più validi – i nuovi album di Alex G, JPEGMAFIA, Jenny Hval e Chelsea Wolfe. Questa settimana – un po’ meno intensa – un’altra manciata di ottime release. Perché quindi perdere tempo con il nuovo – nono, considerando anche la demo del 1993 – album dei Blink-182? Perché vuoi o non vuoi, se si vuole avere una visione (seppur approssimativamente) completa dello status della discografia è necessario passare anche da questi prodotti. Prodotti con sempre meno appeal mediatico, capaci però di chiamare ancora a raccolta qualche migliaio di fan duri e puri (vedi i Korn della settimana scorsa) e qualche nostalgico disinteressato a qualsiasi legame con la contemporaneità. Inoltre, non bisogna nasconderlo, ultimamente pare evidente una forzata rincorsa al baraccone tardo 90s/primi 00s (la solita regola dei cicli di vent’anni, no?) con (in)volontari meme (vedi Smash Mouth) ed eventi ad hoc macina soldi. Un esempio? Il recente annuncio dell’Hella Mega Tour Weezer+Green Day+Fall Out Boy. Se gli Weezer sono sempre più ridicoli (e basta la non-così-recente discografia a dimostrarlo) e i Green Day tentano una rinascita (ma falliranno) dopo anni di debacle con un singolo – Father of All Motherfuckers – fuori fuoco e obsoleto (pare una b-side dei Black Keys peggiori), i Fall Out Boy – da sempre più furbi che interessanti – sono gli unici che hanno capito come sopravvivere alla streaming-era: meno chitarre, meno soluzioni pop-punk e tanto electro pop-rock di pessima fattura.

I Blink-182 sembrano avere annusato questa opportunità (abbracciata peraltro, con risultati commerciali maggiori, anche dai Panic At The Disco): Blame It on My Youth – il primo singolo estratto da Nine – è una dichiarazione di intenti iper-radiofonici con tanto di insulso coretto al testosterone ad altezza Imagine Dragons. I riscontri, però, sono decisamente scarsi, segno che per i Blink-182 non ci sono troppi margini di evoluzione/involuzione da quel fantomatico 1999 («I’ve been lost since 1999») che li ha visti protagonisti dell’ultimo colpo di coda pre-millennio del rock-via-MTV (ancora oggi Enema Of The State è uno degli album anni novanta più ascoltati su Spotify). Non c’è spazio per i Blink versione 2019, e non per colpa del povero Matt Skiba (Alkaline Trio) che da un paio di dischi sostituisce in modo impalpabile Tom DeLonge, ma perché semplicemente chi ha voglia di ascoltarli skippa direttamente ai brani di venti anni fa.

Come in passato (Adam’s Song), va un po’ meglio quando il lato malinconico/introspettivo prende il sopravvento, come nel caso di Happy Days, traccia-Frankenstein taglia e cuci da vecchi successi che nonostante tutto non avrebbe sfigurato all’interno di Blink-182 (2003), forse l’album più solido dei californiani. Altrove si passa dal mediocre (Heaven) all’impresentabile (I Really Wish I Hated You), e a ben poco servono la cassa dritta di Darkside o i fastidiosissimi filter elettronici che si presentano di tanto in tanto (Black Rain): anche mettendo da parte le scelte stilistiche di dubbio gusto, Nine è un disco fiacco, che accentua la propria stanchezza con una tracklist eccessivamente – ed inutilmente – lunga. Poi Travis Barker rimane un signor batterista – e lo dimostra ancora una volta – ma le recenti collaborazioni con il peggio della discografia odierna (Machine Gun Kelly e YUNGBLUD) la dicono lunga.

Come il precedente California, anche Nine è stato prodotto da John Feldmann (in curriculum un po’ tutti gli scarti del pop-punk e del tamarrock), ma il risultato è, se possibile, ancora meno dignitoso. E della copertina non ne vogliamo neanche parlare.

20 Settembre 2019
Leggi tutto
Precedente
One True Pairing – One True Pairing
Successivo
M83 – DSVII

album

recensione

recensione

album

Weezer

Weezer (The Black Album)

artista

recensione

recensione

recensione

recensione

Altre notizie suggerite