• Mag
    05
    2017

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BMG

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Quando si parla dei Blondie la prima immagine che viene in mente è la chioma bionda di Debbie Harry che si dimena sul palco del CBGB; da allora di anni ne sono passati e pure tanti, eppure, a differenza del mitico locale che ormai chiuso rimane nella memoria come il glorioso emblema di un’era musicale conclusa da decenni, la band statunitense nonostante gli scioglimenti (e le successive reunion) continua ad esserci e a voler contare.

Recentemente gli Slowdive e gli Afghan Whigs hanno dimostrato come sia possibile continuare a fare musica di livello nonostante il tempo trascorso, eppure la tenacia non sempre porta a buoni frutti. A differenza dei sopraccitati colleghi, i Blondie provano a misurarsi con la contemporaneità senza arrivare a risultati apprezzabili. Considerando il poco riuscito Panic of Girls e il successivo Ghosts of Download, per giocarci il gioco di parole facile, potremmo anzi dire che questo sia il classico caso di una band arrivata a confrontarsi con lo spettro della propria carriera.

Nonostante la parata di stelle presente in tracklist – citiamo Johnny Marr, Sia, Dave Sitek dei TV on the Radio, Dev Hynes (Blood Orange) e Charli XCX – e mister prezzemolo John Congleton dietro al bancone del mixer, il grosso delle canzoni si barcamena, non decolla, e la voce effettata della Harry certo non aiuta. Si salvano senz’altro Fun (un tentativo di retromania dance come ormai siamo abituati a vederne da anni, eppure riuscito) e una Long Time che vede la collaborazione del super fan dichiarato della rockstar, Blood Orange, l’unico esempio di un azzeccato ritornello con il giusto scarto tra storia e revisionismo.

Pollinator vorrebbe avere il tiro dei grandi ritorni. In verità suona come un polpettone riscaldato.

17 Maggio 2017
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