• apr
    28
    2015

Album

Arbutus Records

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Una creatura multiforme, spigolosa ma, allo stesso tempo, incredibilmente vellutata e morbida. I Braids continuano ad assumere questa conformazione dopo aver raccolto più di un consenso, prima con l’esordio Native Speaker e poi con Flourish//Perish.

Se Native Speaker era un coraggioso – e riuscito – incrocio tra dream-pop articolato e la neo-psichedelia più eclettica, possiamo considerare Flourish//Perish come un lavoro prettamente esplorativo che abbracciava un art-pop maggiormente elettronico, colpevole forse di non offrire poi tanto di più rispetto a Untogether dei Blue Hawaii, side-project della mente della band Raphaelle Standell-Preston. Giunti al 2015, Raphaelle e i suoi due fidi compagni Taylor Smith e Austin Tufts (Katie Lee abbandonò tre anni fa) si riaffacciano con il terzo album Deep in the Iris (pubblicato sempre su Arbutus) su una scena, quella di Montréal, che inizia a somigliare più ad un – bel – ricordo che ad una prorompente realtà, tra dei Purity Ring deludenti, un Doldrums discontinuo e una Grimes che continua a procrastinare l’atteso ritorno, scartando inspiegabilmente un brano da novanta come REALiTi.

In questo contesto, quello dei Braids – ironicamente – sembra il progetto più solido: lontani dalle tentazioni – peraltro non soddisfatte – da top40 degli ultimi Purity Ring o della Grimes di Go, i tre portano avanti a testa bassa un percorso artistico forse non sgargiante, ma dalla trama mai banale. Aspettando di capire quale sarà l’evoluzione dei Blue Hawaii, Raphaelle ricama nove tracce che scorrono come se fossero un unico moto ondoso, con i suoi movimenti cullanti e con la sua tranquillità tradita – di rado – da momenti più intensi.

Stilisticamente si riparte da Flourish//Perish, cercando di dare il giusto collocamento ad alcuni pezzi del puzzle meno facili da posizionare. Non tutto riesce: a volte, infatti, si ha l’impressione che il concettuale/pretenzioso e l’astrattismo musicale abbiano la meglio sulla scrittura, e che tra veleggi vocali, tagliuzzi glitch-pop, alternanza tra ritmiche ossessive (ma delicate) e spezzate, sotto sotto non rimanga poi tantissimo.

Restano i singoli brani. Sicuramente Miniskirt, il pezzo clou dell’album, sia a livello d’impatto musicale (qui i Nostri trovano quell’equilibrio che talvolta sembra sfuggire di mano) che di tematiche (il sessimo più becero), affrontate in modo arguto e al contempo diretto: “But in my position, I’m the slut, I’m the bitch, I’m the whore. The one you hate. And there’s a name for this kind of man. A soft one at that Womanizer, Casanova, Lothario. For us it’s just a stamp to the head. For them another notch in the bed“. Rimane anche Taste, che nel suo essere il brano più accessibile dell’intero lotto (e probabilmente di tutta la carriera dei canadesi), sfoggia un gioco tra beat e piano che suona come un ammodernamento di alcuni incroci tra elettronica e pop culture di inizio millennio.

In un telaio complesso, pieno di texture e layer, ad emergere sono la voce di Raphaelle – celestiale ed onirica, pungente solo quando serve – e i groove sintetici che, unendosi, danno vita a un retrogusto che può ricordare certe evoluzioni elettroniche anni Novanta: Björk (in versione dreamy) rimane sempre un modello, ma tra i solchi si respirano anche Massive Attack, Aphex Twin e Lamb. In questo senso, può aver influito anche il mixaggio affidato a Damian Taylor, producer formatosi artisticamente in quegli anni, per poi lavorare, qualche tempo dopo, con nomi come UNKLE, Frou Frou e la stessa Björk.

Deep in the Iris, nel complesso, sembra uno di quei dipinti che sulla carta sono potenziali capolavori per raffinatezza, ricerca e personalità, ma a cui manca quell’appeal in grado di rapire completamente chi li osserva. Per farlo, purtroppo, non basta alzare il ritmo, come nell’indiavolata Blondie o nell’ammaliante Warm Like Summer.

2 Maggio 2015
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