Recensioni

7.3

Bill Kouligas della PAN sarà anche riuscito a strappare M.E.S.H e Visionist a Robin Carolan, eppure quando si tratta di tracciare un cerchio attorno ad un certo tipo di sintesi sonora, Tri Angle continua a rappresentare un punto di vista privilegiato per l’esplorazione di alcune delle produzioni più urgenti di questo decennio. In particolare riguardo all’oggi, nell’intorno di quelle che Valerio Mattioli ha definito musiche accelerazioniste e che all’estero sono note come «hi-tech» (la definizione è Adam Harper), Brood Ma era atteso con una certa trepidazione, soprattutto dai fan di James Whipple e dell’ala più densa e destabilizzante del comparto.

Dalla Witch House ad oggi, la label gli ha aperto idealmente la strada esplorando traiettorie caratterizzate da una continua frantumazione di generi, ma tenendo sempre ben in considerazione spazi e ritmi. Ascoltare oggi la fascia più bellica di queste musiche nell’era di internet, dell’informazione continua e della guerra digitale (Rabit, Lotic), significa ritrovarsi in cuffia un Tri repetae degli Autechre su uno schermo 4K a 80” pollici, scosso da bordate di ansia e brandelli di emozione. Il quadro si è fatto iperrealista dunque, declinato su uno streaming di disuguaglianze sociali e sessuali sistemiche, repressioni e conflitti globali, un qui e ora perpetuo, alienato e violento, al netto del fattore umano con grime, hip hop e industrial a fornire il materiale per il plastico. Scivolando verso atmosfere sempre più minacciose e incombenti (Evian Christ, Sd Laika, Fis, Vessel), la continuità per Tri Angle è ancora un discorso sfaccettato e multimediale, ora però particolarmente politico e di cronaca. In pratica, non si tira più in ballo il solito Blade Runner amatissimo dai retromaniaci del synth, ma lo Sprawl di williamgibsoniana memoria, il Cronenberg più allucinato, quindi un ritorno al futuro anni Novanta che grazie a Max/MSP acquista uno scarto anche tecnologico. Ciò che allontana questi producer da un astratto concettualismo vecchia maniera, è il report sul campo, una rappresentazione meticolosa ma caotica, spiattellata su uno schermo troppo grande per poterlo tenere nel campo visivo, strattonata da streaming video e interfacce web in cui virtualità e realtà si confondono e dove i pre-set di un preistorico evo (vedi trend trance del 2015) convivono con strati di layer saturi e mutanti, come se il primo Cronenberg dirigesse il prossimo Transformers.

Calata fino al collo in questo contesto è la produzione di James B. Stringer, che con Daze si rifà esplicitamente alla virtualità e ai survival game condivisi in rete, immaginario che lo ha portato ad accompagnare la realizzazione dell’album con un sito internet che assume – ma diciamo anche prende in giro – l’interfaccia di google maps per creare una mappatura aliena fatta di glifi, buchi neri e altre amenità. Nei trenta minuti che formano la tracklist si parte con qualcosa che sembra presa dal sonoro più new agey dei primi Tomb Raider (cinguettii, acqua), per poi calarci sopra una cappa scurissima fatta di circuiti, ritmi spezzati, synth ansiogeni, effettistiche sibilanti e quant’altro. Ciò che Stringer fa al meglio è l’analisi ambientale di un’autopsia operata sul cadavere dei Nine Inch Nails da parte di un equipe di chirurghi tutti britannici, che possono essere gli Autechre di Amber (Sex Contortion), Untold, Pinch o tutto l’intorno dei producer di scuola dubstep più innamorati degli zombie movie e di eXistenZ.

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