• apr
    21
    2015

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Warner Music Group

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Sei anni dopo There Is No Enemy, la compagine Built To Spill torna con l’album numero otto a ricordarci il peso specifico del suono chitarristico, o almeno a tentare di farlo. Ad ascoltarli, sembra che dentro di loro – ed in particolare del leader Doug Martsch, perno su cui ruota una formazione piuttosto ballerina – aleggi stabile un cruccio: com’è possibile che un sound capace di dettare le coordinate per oltre quattro decenni possa sembrare superato, obsoleto, inadatto a raccontare il presente? Impossibile. Allora ben venga pure questo revival, che le chitarre tornino in prima linea e assieme a loro canzoni cariche d’impeto e struggimento. Senza reinventare nulla, solo fidando in un’attitudine che ha voluto conservarsi intatta. Così come la convinzione.

Si finisce quindi per ascoltare dieci pezzi che hanno il principale merito di sentirsi parte del gioco contemporaneo pur germogliando in una sorta di capsula del tempo 90s, e che stretti nella morsa tra retromania e accelerazionismo finiscono pure per suonare attendibili. Almeno finché, messi in fila uno dopo l’altro, non sembrano allestire un catalogo di cliché farciti di rimpianto che ti lasciano un retrogusto stucchevole, a tratti persino noioso. Detto questo, bisogna riconoscere a Martsch di aver conservato la capacità di confezionare pezzi accattivanti, che se negli ordigni psych coi watt a palla confina col prevedibile (si sentano le prospettive acide di So e dell’iniziale All Our Songs, ovvero come ti riciclo per l’ennesima volta il sacro fervore di Neil Young altezza Rocking In The Free World) riesce però a disimpegnarsi brillantemente con situazioni più leggere (Never Be The Same, ballatina disincantata da J Mascis sbarazzino) e sghembe (i Pavement in fregola R.E.M. di Living Zoo, le angolazioni circa Polvo tra echi dub di C.R.E.B.).

Questo Untethered Moon è insomma è un lavoro dignitoso cui manca giusto quel pizzico d’intensità che non ti faccia avvertire la cornice di furbizia e mestiere in cui ha preso vita. Ma forse ai nostalgici – me compreso – poco importerà.

8 maggio 2015
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