• dic
    16
    2013

Album

Hyperdub Records

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Esce il nuovo, ennesimo, EP di Burial e ci si ritrova ad avere a che fare con tutto il portato social e la solita, conseguente, dialettica pro o contro scatenatasi puntuale. Come ha recentemente detto il nostro Gabriele Marino, Will Bevan è un totem sovraesposto, un personaggio che ha scelto l’anonimato e si è trovato suo malgrado al centro di una mitologia. Mitologia che s’incastra a pennello con l’ultimo dei generi a venir incastonato nella Storia, e perciò storicizzato, il o la dubstep. Il gender mettetelo voi; di sicuro quella del segreto peggio custodito della Hyperdub è materia al femminile, il calore tiepido stagliato sulle ombre d’asfalto della solita Londra, mito nel mito, perenne analogon del concetto più intimo di urbano.

Rival Dealer è il ritorno in EP – o sotto forma di mini album, siamo al limite di formato, ventisette minuti – a dodici mesi dal prezioso e anch’esso pre-natalizio Truant | Rough Sleeper. Lì lo scarto rispetto alla cifra stilistica maturata in Untrue era un trattamento elettroacustico della materia, espediente che aveva permesso a Burial di giocare e andare a fondo nel ricordo, avvalendosi di tanti concretismi e, in generale, di un impianto slacked radio switch come lo descriveva sempre Marino nella recensione. Qui c’è la solita osmosi inversa dei ritorni o re-innesti elettronici di oggi applicata a quel paradigma, come dire che se Street Halo e Kindred raddrizzavano il ritmo assorbendo techno e poi house quando fuori c’erano le metamorfosi post- di, tra gli altri, Untold, Pangaea, Scuba, nelle nuove tracce troviamo muscolarità breakbeat early 90s ad inserirsi nella forbice ormai larghissima dei nuovi “junglisti” (da Special Request a, tra poco, Lee Bannon), quando non un’analogica paranoide darkside e smalti orientali parenti di un ritrovato interesse (nella scena) per il sino grime (vedi il mix di Kode9 del 2012) e l’eski sound (sentitevi quei caricatori).

E’ tutto nella prima omonima traccia e un po’ nella terza. Ed è vero, queste sono considerazioni a lato (e da nerd) di un disco che se è l’ennesima conferma del talento e della sensibilità del suo misterioso autore, non è certo per i meri arrangiamenti, quanto per la capacità del londinese di tenere viva una metafisica del ricordo. Dicevamo che Burial è il segreto peggio custodito della Hyperdub non a caso. Questa musica, la sua coerenza di fondo, il suo muoversi, apparentemente, autorefereziale dentro un frame preciso, autosabotante, eppure in continuo scambio con l’ambiente urbano e la tradizione britannica, dovrebbe appartenere soltanto ai cultori e al cuore. A loro spetta ascoltarla. Fuori dal noise mediatico e da ogni sterile affondo su promesse non mantenute. Bevan stesso si è negato al mondo per poterla produrre in pace, da ragazzo qualunque che continua a vivere la propria vita e a registrare la propria musica nel formato più comune tra i producer elettronici. Che sia vestito in tuta Adidas nera a strisce bianche, come spiffera Flying Lotus, o che vada fiero del suo outfit Margiela come Zomby, a noi importa unicamente nei termini di un romanticismo di cui – è verissimo – ci nutriamo, tutti con il proprio mito e i propri anti-eroi, ma tenendo anche ben presente che questa musica – una traccia, la più pop, la più 80s mai scritta, Hiders –  rapisce anche senza tutto ciò, anche senza Burial stesso e il suo ingombrante mito.

Questa è una musica di culto, fragile, marginale, una missiva accorata agli outsider di tutto il mondo (vedi anche il sample di Larry/Lana Wachowsky). Musica che si nega al mondo per abbracciare come non mai lo spirito natalizio, nella gioia, nella nostalgia e nel dolore, senza negarsi un (fugace) conforto. Ora più che mai, Come Down to Us.

(sabato 14 dicembre, durante la trasmissione di Mary Jane Hobbes su BBC Radio 6, Burial rompe un silenzio di oltre un lustro e manda un messaggio alla popolare conduttrice “Ci ho messo il cuore in questo nuovo EP e spero che piaccia. Ho voluto che queste tracce fossero anti-bullismo e potessero aiutare qualcuno a credere di più in sé stesso, a non essere spaventato, a non arrendersi e a sapere che c’è chi, là fuori, è interessato a lui. Dunque, sono come l’incantesimo di un angelo che protegge contro le persone sgarbate, i tempi scuri e i dubbi che abbiamo su noi stessi“)

16 Dicembre 2013
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