Recensioni

A tre anni e mezzo da Tell Me I’m Pretty (che si aggiudicò il Grammy come Best Rock Album), tornano i Cage The Elephant, americani del Kentucky con propensione all’alternative-rock cattivo e maleducato, dagli echi indie/psych sullo stile – per intenderci – dei Kasabian. Il rock dal piglio “classic” del sestetto, però, non coglie nel segno, producendo una quinta fatica in studio abbastanza soporifera in quanto a vitalità compositiva.
Francamente c’è poco da salvare di un disco il cui esito artistico non giustifica la lunga attesa. Prodotto da John Hill (Santigold, Florence + The Machine, Portugal. The Man, tUnE-yArDs) e ispirato – nelle parole del leader e cantante Matthew Shultz – «dai film di Fassbinder come World on a Wire oppure The Bitter Tears di Petra von Kant, o da quelli di Aronofsky», Social Cues non onora cotanta grazia e anzi finisce per banalizzare i suoi sbandierati riferimenti. Siamo al cospetto di un’opera pienamente e fieramente mainstream (ricordiamo che i Cage The Elephant sono passati anche per il patrocinio di Dan Auerbach dei Black Keys, il quale ne ha prodotto il succitato Tell Me I’m Pretty) che avrebbe l’ambizione – non dichiarata ma evidente – di convincere le nuove generazioni di ascoltatori a lasciar perdere i percorsi della trap in nome di un rock che guarda al passato remoto, ma lo aggiorna con elementi di conio più recente.
Tuttavia, essendo come sempre la scrittura dei brani a fare la differenza, in questo caso il proponimento è ciccato. Cosa evidente proprio in quegli episodi più a marchio pop o soft rock (la title-track, Black Madonna), dove le qualità in fase di stesura dovrebbero emergere e invece, nelle fattispecie in esame, svelano nudità che sarebbe stato meglio celare in modo più pudico. E non contribuiscono ad alzare il livello dozzinali esperimenti a base di psichedelia, reggae e hip-hop (Night Running, singolo di lancio del disco che si avvale anche del non troppo incisivo feat. di Beck), così come la coltre di suoni che richiamano gli esordi garage/punk à la Arctic Monkeys della band in brani come Tokyo Smoke o l’iniziale Broken Boy, introdotta da una overture di marchio quasi industrial.
Alla fine, per assurdo, risultano più credibili citazioni dalle ridotte pretese come la beatlesiana Love’s The Only Way o la pinkfloydiana – arricchita echi arabi/mediorientali – What I’m Becoming. E magari si può concedere la benevolenza a qualche episodico slancio d’esuberanza (House Of Glass) che quantomeno riesce a interrompe il sonno. Ma francamente è davvero troppo poco.
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