• mag
    25
    2018

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Bomba Dischi

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Avete presente music-map.com? Quando fu messo online, ormai diversi anni fa, divenne piuttosto popolare per quell’idea di produrre grafici a stella – automatici, dinamici, tremolanti – basati sul grado di affinità tra musicisti, o almeno sull’affinità risultante dall’incrocio dei like degli utenti raccolti dal sistema Gnod (Global Network of Discovery). Quei grafici proponevano (propongono) accostamenti spesso discutibili, come è ovvio, ma forse anche per questo risultavano intriganti. Fu divertente usarlo per un po’, ma il divertimento scemò abbastanza in fretta, tanto che col tempo ho finito quasi per dimenticarmi che esistesse. Tuttavia, per qualche ignoto motivo, non ho mai rimosso il link dai preferiti, e bene ho fatto visto che nei giorni scorsi mi è tornata voglia di farci un giro. Una voglia che non è nata per caso, ma per un motivo preciso: ho ascoltato Evergreen, terzo e nuovo album di Calcutta.

Edoardo d’Erme, classe ’89 da Latina, uscì allo scoperto nel lontano 2012 con Forse…, album fin dal titolo pervaso dal tipico senso di precarietà di chi galleggia in una post-adolescenza accartocciata da cameretta, con esiti lo-fi (chitarra scordata e voce indolenzita) piuttosto ingegnosi e toccanti, difatti molto amati dai fan della prima ora. Ma, insomma, eravamo in piena zona: abbiamo già dato. Con Mainstream del 2015 uscì fuori dal bozzolo dell’indie abbracciando una formula ben più curata («Ho preso lezioni di pianoforte…») e smaccatamente radiofonica. A parte il titolo, argutamente in bilico tra intenzioni e sarcasmo, con quel disco Calcutta confezionò almeno tre pezzi davvero in grado di mollare gustosi sganassoni radiofonici – Cosa mi manchi a fare, Frosinone e Dal verde – che però lo esposero al tiro incrociato dei maniaci del sillogismo “radiofonia ergo sputtanamento”. Critiche a mio avviso piuttosto gratuite, dal momento che il suo linguaggio conservava tutta intera un’angolazione brusca, una semplicità potabile sì, anzi potabilizzata, ma non per questo accomodante, anzi pur sempre incline a pescare dal ventre molle della cosiddetta generazione mille euro, senza vaselina né velleità.

Evergreen prosegue oggi su quella falsariga, anzi rilancia con decisione. Volendo stare al gioco (di parole), Mainstream è un concetto superato, anzi da superare parossisticamente per mirare – idealmente – alla dimensione del classico intramontabile. Se non fosse chiaro, ci pensa la copertina a rivelare l’altro lato dell’affilatura, quello ironico e disincantato che riecheggia il verde sparso e panico di Dal verde, alludendo a un senso di isolamento solipsistico, una dimensione disconnessa da miti e riti della mitologia urbana contemporanea. Una fuga a ritroso, di lato, uno iato. Un tuffarsi nel potere dell’immaginario canzonettistico, ovvero un farsene ingoiare, un rifugiarsi.

Sbandierare suggestioni Beach Boys (a proposito: l’immagine di copertina spende un implicito e vago omaggio a Pet Sounds?) può sembrare sacrilego: difatti lo è. Più appropriato sarebbe semmai suggerire il revanscismo pop firmato Dave Fridmann a cavallo tra vecchio e nuovo secolo (via Mercury Rev e Flaming Lips), o ancora – perché no? – il senso di rivalsa immaginifica del primo Badly Drawn Boy (da cui Calcutta sembra prendere in comodato d’uso il look, le pose, persino lo sguardo), e forse c’è persino qualcosa (postura e calligrafia) del Jeff Tweedy delle ballatine dolciastre. Termini di paragone questi ultimi che, se non sacrileghi, continuano a sembrare comunque inarrivabili, restando tuttavia punti cardinali a cui legittimamente puntare. Sì, a cui anche un Calcutta può puntare. Può, anzi deve. Oggi più che mai, per non replicare linguaggi sonori indistinti, indistinguibili, a perdere, variamente ascrivibili al novero di un ormai insensato “indie”. Val bene perciò questo suo gettare il cuore oltre l’ostacolo degli orticelli, che anzi il Nostro suggerisce di coltivare costruttivamente (vedi la deluxe edition con il kit-basilico). Ulteriori additivi sono tutto il vario armamentario di tastiere, bambage spacey che si depositano su prospettive pastorali, una voglia diffusa di incantesimo che conosce bene l’eco – e quindi le pareti – della stanza in cui si consuma. Il disco si apre con Briciole, un’emulsione più Teddy Reno che Tenco sia pure condita da un’ambizione espansa e malie californiane (i coretti laccati madreperla), in ogni caso orientata a quel tipo di struggimenti che s’incagliavano nel tempo – nei giorni, nelle ore, negli attimi – quando messaggi e sentimenti si muovevano alla velocità delle cartoline postali. Ecco, fin da questa prima canzone mi sono chiesto: dove lo metteresti Calcutta, oggi, se esistesse una mappa adatta a inquadrarlo? È in quel momento che mi è tornato in mente music-map.

Ho recuperato il link, ho digitato “Calcutta”, inoltrata la ricerca e… Il risultato conserva qualche elemento di interesse, sì, ma ho capito che non ci eravamo. Non mi dava le risposte che mi ero messo in testa di cercare. Ho deciso così di affidarmi all’istinto, anzi alla mia testa analogica da quasi cinquantenne. Ho affidato il nome di Calcutta ai miei circuiti neuronali stanchi, ed ecco che mi sono ritrovato a scomodare nomi forse un po’ insoliti ma che, pure, mi sembrano piuttosto inevitabili, adeguati a circoscrivere e circondare questo neppure trentenne in una mappa musicale immaginaria. Uno di questi nomi, tra i primi, è quello di Morgan, il Morgan Castoldi intendo dei dischi da solista, impegnato in veste di chansonnier narcisista/ossessivo, con quell’attitudine ad estenuare il timbro per saggiare la profondità di campo dello sdilinquimento, fin dove consente la planimetria archetipica della Musica Leggera, che ravviso aleggiare in tutto Evergreen. Su un piano assai simile ma slittato dalle parti del vero mainstream, dove “vero” sta per soldi veri, trovo che un altro nome spendibile sia quello del classe 1980 Cesare Cremonini, per quel modo di crogiolarsi in una grandeur vagamente Coldplay fidando su un piacionismo nostalgico a pronta presa. Certo, le differenze sono nette, l’ex-Lunapop è uno che punta al boccone grosso, uno che se deve stuzzicare il “si stava meglio prima” lo fa ricorrendo ai massimi sistemi, neanche ci pensa a Garella o Hubner e va dritto su un Baggio. Eppure, quel fare perno sui vocalizzi pieni, da espettorare in auto a finestrini sigillati o nel bozzolo-alibi di una doccia (o direttamente in uno stadio), è un segno che unisce le due calligrafie – di Cremonini e di Calcutta – pure così generazionalmente e poeticamente distanti. Ed è il segno/sintomo della voglia di fare pop utilizzando i molti ferri di un mestiere (la capacità evocativa del suono sintetico, eclatante ai limiti dello sborone in Cremonini, strisciante in Calcutta) che nei decenni ha saputo attrezzare un’officina sterminata, complessa ma tutto sommato – volendo – accessibile.

Sensibilmente più vicino come calligrafia (difatti segnalato anche da music-map), ma più lontano come radici e impronta generazionale, vedo invece il Brunori, diversissimi i due per l’attitudine allo storytelling gramelliniano del cantautore calabrese, laddove Calcutta preferisce cautamente limitarsi a bozzetti di poche pennellate, al rilascio di sequenze rapsodiche. Trovo però assai simile la grana autorale accogliente malgrado il quid agrodolce (per non dire amaro tout court), così come ritengo somigliante il gridare forte la piena emotiva e – massì – lo strazio esistenziale. Questo bisogno calcuttiano di gridare forte in situazioni melodrammatiche, rimanda a mio avviso anche a Ron, al “vecchio” Ron che si muoveva agile sul filo tra cantautorato e radiofonia, nome che tra l’altro torna buono per tirare in ballo indirettamente Dalla (direttamente non sarebbe il caso, giacché il grande Lucio usava frequentare ben altri universi). Altra coordinata, molto più vicina anagraficamente, è quella che porta a Francesco Motta, nome col quale stilisticamente Calcutta – ne convengo – ha ben poco in comune, soprattutto per la provenienza più segnatamente rock del pisano. Resta però interessante proprio la diversità dell’approccio a un analogo tracollo delle speranze, a un’angoscia sottile come residuo fisso della vaporizzazione delle prospettive, dei progetti di lungo corso generazionali. Due anni appena separano Motta (classe ’87) da Calcutta, ma decisivi: quelli che tengono il primo agganciato a una possibilità di esorcismo in musica, di racconto che ti libera generando rabbia, producendo una forma urticante di lirismo, laddove il linguaggio del laziale – nato invece ai tempi di Piazza Tienanmen e del Muro in dissolvenza – suona come una caduta libera esistenziale, priva di voglia di redenzione, dall’incedere blando e arreso perché orfano di un percorso capace di condurlo oltre il cul de sac.

Così, terminato il giochino della mappa e tirate le somme, viene da pensare che nell’epoca dell’autoghettizzazione generazionale della trap – col suo slang caratterizzante e anti-ideologico, col muro di incomunicabilità sbruffona eretto tra ciò che sta prima da ciò che viene dopo la post-adolescenza, il tutto mantecato e inverato dall’artificio pervadente dell’autotune – Calcutta risponde proponendo il suo contro-artificio dei minimi termini pop, che distilla il cantautorato fino all’osso, recandone traccia nella voce franca più che nel vocabolario ad altezza marciapiede. Un linguaggio frusto, persino banale, ma dalle grandi, persino grandissime mire. Un pop insomma che vuole ristrutturare un intero immaginario canzone dopo canzone, in ognuna un tentativo di assoluto tascabile, di suggestione/situazione che diventa teatro, cinema delle periferie proiettato sulla cortina fumogena della fine dei vent’anni (quella stessa fine cantata da Motta, ma qui come svuotata d’irrequietezza e riempita d’abbandono).

Evitando di ambire all’originalità (figuriamoci), Calcutta dimostra di conoscere il modo migliore per fare perno su storie d’amore problematico, il topos assoluto della canzone, così da mettere in piedi il circo dell’età disagiata, dell’età fratturata, delle speranze dimesse o – meglio – rimosse, di una quotidianità che non ha sbocchi se non, appunto, nell’immaginare. È in questa brama d’immaginazione e d’immaginario il motivo per cui sono tanto più vive le sue canzoni quanto più si appoggiano ai clip di Francesco Lettieri, videomaker campano già all’opera per Thegiornalisti, Motta (appunto), Emis Killa, Mezzala e Liberato tra gli altri. Clip che sembrano emanare dalle periferie, dagli appartamenti, dai quartieri, dalle quinte di una flagrante commedia umana contemporanea under 40. Clip che eccedono le canzoni, poco hanno a che vedere con le situazioni minime descritte in Paracetamolo, Orgasmo o Pesto: sono cortometraggi quasi indipendenti che con le canzoni giocano a specchiarsi e nutrirsi, dando vita a una relazione debole che riesce a valorizzare entrambi. Alla fine ne risultano canzoni duttili, che parlano la lingua dei magoni quotidiani, canzoni da mettere nello smartphone, nella USB dell’autoradio, canzoni ovunque, canzoni quando capita, canzoni che ti accompagnano mentre succede tutto il resto, che non prevedono reale evasione ma un riflesso lenitivo, la benedizione di un languore estemporaneo, di una consolazione mimetica. Canzoni pop, che restituiscono al pop l’intimità con le ferite, col disarmo, con la vulnerabilità, con la densità e la vivacità della desolazione. Canzoni, sia detto doverosamente, non sempre riuscite, un po’ troppo schematiche, difetto peraltro comprensibile dal momento che quando tentano di uscire dagli schemi (come Rai o Nuda Nudissima) senti che l’impianto traballa, che melodie e arrangiamenti arrancano, che le canzoni insomma sembrano non meritare troppo d’essere diventate canzoni.

Ma l’obiettivo del pop è raggiunto, senza ricorrere al disimpegno militante e fancazzista alla Lo Stato Sociale o Thegiornalisti, e senza gli effetti speciali di un Cosmo. Un pop che salta a pié pari tutta l’annosa diatriba tra alto e basso, tra alternativo e mainstream, che non si fa problemi a percorrere i canali (televisivi, web, social) a disposizione. Come si presenta l’occasione, Calcutta frequenta senza indugio la Michielin, Nina Zilli, Fedez e J-Ax, così come si presta al giochino del who’s Liberato?, perché non riconosce nessuna supremazia culturale, non può permetterselo, ed è giusto così. Il suo linguaggio non ha fortini da difendere. La relazione con l’industria musicale è un approdo che non lede nessuna maestà, perché non si scontra con una cultura condivisa, con una prassi (rock o cantautorale che sia) che abbia raccontato la sua generazione facendone un popolo. Il suo volersi pop guarda ai modelli che ritiene più efficaci, lo fa con una certa fragranza e persino con avventatezza. Lo fa perché non c’è motivo per cui non dovrebbe farlo. Ed è un pop che non sembra essere passato dalla formattazione dell’editor industriale, ma si è voluto disegnare già in nuce così, belloccio malgrado l’anima stropicciata.

Non sembra, già. Ma questo non ci risparmia da un sospetto, duro da smaltire, indotto dalla puntualità con cui le canzoni di Evergreen aderiscono ai dettami dello streaming: titoli concisi, ritornello che piomba nelle orecchie dopo neanche un minuto, presenza di ganci verbali intriganti («Tanto tutte le strade mi portano alle tue mutande», «Io ti parlavo di Frassica, della mia ipocondria»), durata che insiste sui tre minuti e spicci… I tratti sono quelli insomma di un “farci” ben pilotato, o comunque frutto di una più o meno consapevole formattazione, di un adeguamento ai codici più efficaci e remunerativi ad usum playlist. Solo un dubbio, questo, un retropensiero, che potrebbe benissimo essere corollario di tutto quanto detto finora, ma anche – al contrario – rappresentarne il movente. Si tratta, ne converrete, di una differenza non da poco. Si tratterebbe di girare tutto il discorso – la mappa – come un calzino, come un calzino di quelli che se ne trovano a pacchi buttati in giro nelle camerette, sul finire dei vent’anni.

A questo punto, sono tornato al giochino mentale della mappa – forse lo avevo soltanto messo in pausa – e mi è venuto da pensare che questo Calcutta, questo nome insensato (scelto, ha dichiarato lo stesso d’Erme, senza un motivo particolare), questo personaggio (fintamente) schivo anzi sfuggente, col suo antidivismo funzionale, questo rappresentante di nessuna generazione o di una generazione di mezzo, di una generazione spezzata e sparsa, priva di punti di riferimento forti perché ormai le sono rimasti solo i fenomeni, questo Calcutta insomma, lì a fare il perno della mappa, con tutti quei nomi intorno che tremolano e ammiccano, ecco, io non lo so mica se esiste davvero. Io non lo so mica se Calcutta, in fondo, c’è. O se è soltanto una cosa di cui oggi, per oggi, si sente il bisogno. E se questo, proprio questo, è quello che ci sta gridando, una canzone pop dopo l’altra.

25 maggio 2018
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