• Apr
    12
    2019

Album

Virgin

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Terzo disco in quasi dieci anni per i rinati Chemical Brothers e terzo centro. Questa volta gli alfieri del big beat britannico tornano con un lavoro fatto con le stesse macchine con le quali avevano prodotto due capisaldi della discografia come Exit Planet Dust e Dig Your Own Hole. Strumenti che erano rimasti per anni nella soffitta di Tom Rowlands che, nel frattempo, dall’anno in cui è uscita la precedente prova, Born In The Echoes (2015), ha prodotto un paio di tracce per i New Order (le trovate in Music Complete) e lasciato il brother Ed Simons concentrato sull’Università per non specificati studi (immaginiamo sul tardo Medioevo, per il quale ha sempre manifestato una particolare ossessione…). Sempre nel 2015 è anche successo che nel tour di supporto al disco, per un intero anno, il Chemical Brother si sia presentato onstage accompagnato dal solo Adam Smith (responsabile dei visual), alzando speculazioni sul fatto che Ed avesse smesso di esibirsi e/o abbandonato il progetto. Erano solo speculazioni.

Ci giriamo un poco intorno per non girarci troppo attorno: No Geography, accreditato alla ritrovata coppia, suona esattamente come un album dei fratelli chimici dovrebbe suonare: energetico, immediato, festoso, in una parola: rave. Lo avevamo già capito dal trittico di singoli che lo anticipavano e dal fatto che la girandola di ospiti (che comunque non mancano) non rappresentava il piatto principale della promozione. L’acida anthemica di MAH (ovvero Mad As Hell, con campione dal film Network di Sidney Lumet del 1976 dalle parti di It Doesn’t Matter o della più nota Hey Boy Hey Girl per intenderci), un pezzo facile in 4/4 con palesi rimandi rave/house e l’immancabile innesto electro come Free Yourself e l’irresitibile disco house di Got To Keep On (con campioni di Dance With Me di Peter Brown e di State Beach di Rod McKuen, e tanto di clip ballerino diretto dai fratelli Oliver e Michel Gondry) erano i buoni biglietti da visita di un disco che aveva già l’odore del classico all’interno della loro discografia.

Saranno anche prevedibili le rimanenti tracce, ma non è un difetto. La formula la conoscete e quando funziona, quando i campionamenti sono quelli giusti, son faville e bordoni, con la serotonina a salire e scendere come il mercurio del termometro. Si parte con il rifforama di Eve Of Destruction che presenta alle voci la rapper giapponese Nene e la cantante art pop norvegese Aurora, quest’ultima assoldata anche per alcune delle altre. Il pezzo gira, come ammesso dalla stessa coppia, sulle parti vocali (come la gran parte degli altri), qui ce n’è una metallica che – immancabile – recita il titolo, mentre il picchettare sulla testiera electro-rave, un dinoccolato basso funky condito da una samba di cowbell fanno il resto, alternando groove a iniezioni di adrenalina (i campioni qui vengono dalla arcinota Weekend di Phreek, ovvero Patrick Adams).

Bango è l’altro piatto forte in salsa electrofunky, un nuovo giro alle origini del loro sound. E anche qui le citazioni si sprecano: Bango, ovvero l’alias del techno producer Stacey Pullen, Bango come la traccia di Todd Terry del 1988 che campionava Go Bang del progetto disco Dinosaur L di Arthur Russell. Insomma Detroit e New York anni ’80 e ’90 nel turbo ascensore dei Chemicals che trova, nella title track, un altro scintillante piano in cui fermarsi per respirare a pieni polmoni breakbeat, basso wave e una parte melodica non lontana da Moby. Non è finita, Gravity Drops è altro piacevole interludio, un carrello di tubulari ricordi Kraftwerk via Detroit, mentre sulle ali di una inquieta trance si muove The Universe Sent Me con la linea vocale di Aurora a ricordare dei New Order in chiave folk magica. Di un altro affondo disco a picco negli acidi come We’ve Got to Try esiste anche un remix spacciato come il più veloce della storia. È stato ottenuto accelerando la traccia originale a 15.000 BPM, gli stessi che le vetture di F1 sono in grado di raggiungere in gara. 3 secondi commissionati direttamente dalla massima categoria di settore. Bravi fratelli.

In chiusura c’è l’immancabile lentone con ospite la chitarra di uno come Simon Raymonde, che non ha certo bisogno di presentazioni. Al canto, una sodale dell’ex Cocteau Twins e boss di Bella Union, Stephanie Dosen, icona della christian trance quando era nei Virus (!), già al lavoro con i Massive Attack e anche con lo stesso duo nell’album Further e nella colonna sonora Hanna. Degno commiato per un disco che completa questo ideale trittico della rinascita.

12 Aprile 2019
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