Recensioni

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Anche quest’anno il Club to Club è stata la maratona musicale che intendeva essere, un tour de force uditivo e logistico praticamente impossibile da seguire nella sua interezza, almeno per noi vecchiacci (anche per le intersezioni con gli eventi di Artissima/Paratissima, parte, come lo stesso CtC, di una intensa settimana dedicata alle arti in quel di Torino). Ci siamo mangiati le mani per le esclusioni diciamo fisiologiche: Sherwood & PinchFactory Floor, Kyle Hall e Koreless, su tutti (i nostri “informatori” ce ne hanno parlato più che bene, e l’ultimo proprio non avremmo voluto perderlo, dato il nostro precoce interessamento). Non contiamo invece le esclusioni decise a tavolino, per bypassare artisti già presenti lo scorso anno (anche se magari in vesti diverse, per esempio dj set invece che live o viceversa): Vaghe Stelle, Talabot, Rustie, un Kode9 ormai con secondo passaporto italiano – vedere le altre date sparse nello stivale a novembre – e cittadinanza torinese, una Nina Kraviz che ci hanno malignamente confermato come “non in grado”. Disclaimer: abbiamo seguito il festival con amici/colleghi di altre testate, scambiandoci impressioni spesso convergenti su molti punti; non stupitevi troppo quindi se troverete sovrapposizioni, di giudizio o addirittura di terminologia, con altri report, e specialmente con questo articolo de “il giornale della musica”. I link ai post Facebook di SA presentano i brevi – ma, occhio, quello di Four Tet supera i 10 minuti – estratti video dai set che abbiamo visto.

Teatro Carignano, 7 novembre. Holden (doverosa eccezione per lui, che lo scorso anno aveva chiuso con un dj set la serata al Lingotto), bardato con una camiciona bianca che pare un camice da scienziato, apre con le sue synthcornamuse, accompagnato da un batterista che sulle prime sembra voler buttare tutto su un approccio alla Talibam e che poi invece si limita ad accompagnare vagamente free le svisate del nostro (visti certi picchi quasi math del repertorio, avrebbe forse fatto meglio ad assecondarne di più la geometricità, senza – come avrebbe detto Zappa – “stare a pisciolare troppo in giro”). I due sembrano jammare, ma senza mai abbandonarsi davvero al dionisiaco spinto, e senza neppure lasciare intuire una preparazione millimetrica dietro la cosa. Holden in ogni caso è splendido e splende di luce propria – anche perché la batteria si sente quasi in sottofondo – e va di arpeggianti serpentoni electro di chiara matrice Kraut, sempre sognanti, solari, con punte addirittura prog e momenti epici quando non magniloquenti (splendida The Caterpillar’s Intervention, con il sorprendente sax di Etienne Jaumet). All’inizio del bis, il pezzo più lungo e avvincente della scaletta, Holden scorda – nel senso dell’intonazione, non del dimenticare – l’oscillatore con cui ha armeggiato per tutta la serata, creando un breve ma bellissimo momento in cui il pubblico, per incitarlo e riempire il vuoto, batte le mani a tempo e in controtempo. 

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Fondazione Sandretto, 8 novembre, pomeriggio. Dracula Lewis (Simone Trabucchi) incarna perfettamente (un po’ come lo scorso anno Evian Christ) i limiti dell’operazione “elettronica in poltronissima”, ovvero la frizione, non sempre risolta positivamente, tra il tentativo di aristocratizzare o girare arty certa musica (ma comunque, meritoriamente, proporla in contesti diciamo diversi da quelli tradizionali) e ingabbiamento delle indicazioni agogiche fornite da quella stessa musica. Ovverosia: certa musica ti vuole fare muovere almeno la testa, se non proprio il culo, poche storie, e stando seduti con le braccia strette sulla giacca, le mani sui braccioli o le ginocchia pigiate contro lo schienale del tizio davanti, la cosa non risulta propriamente agevole. Dracula il culo lo vuole fare muovere, se non in senso dance, sicuramente in senso punk/hardcore, armato di synth, pad e microfono, col suo out/voodoo hop naif, tribale, marcio e fattone. Il set di per sé funziona, ma la location lo ingessa un po’ troppo.

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Canteri OGR, 8 novembre. Una grande verità ci si manifesta con estrema chiarezza non appena entriamo. Si tratta di una location pazzesca (“una delle più belle che abbia mai visto”, ci confida uno degli organizzatori di Ypsigrock), il posto ideale per eventi del genere, con quel sapore ancora “raveistico” (si tratta di un ex capannone industriale) ma senza quelle crudezze industrial, e anzi tutto informato da un gusto per la rovina che ha del romantico (nel senso di Piranesi), con una illuminazione espressionista fascinosissima. Il posto è fantastico e The Haxan Cloak (Bobby Krlic) lo fa magnificamente suo. La sua lenta e profondissima dark ambient impregna di droni le navate del capannone, facendosi da tetra a più sognante e accarezzando per un attimo anche un taglio più dancefloor, per tornare poi nei recessi bui da cui era partita. Monotona, monocorde, ipnotica, sapientemente condotta, risulta subdolamente avvincente. A livello di scaletta, l’inserto dei Ninos du Brasil (Nicolò Fortuni e Nico Vascellari) è da questo punto di vista perfetto, perché cambia radicalmente toni e atmosfera, preparando a quello che il pubblico vuole che sia il botto (il dittico Holden-Hopkins). La festa ritmica-percussiva dei Ninos è genuinamente scatenata, ma assai più regolare, pulita e dritta di come non potrebbe apparire sulle prime. Insomma, il culo si muove, ma non troppo scompostamente, non così poliritmicamente come la ragione sociale vorrebbe fare intuire.

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Holden continua sul mood inaugurato al Carignano. Il suo set è ottimo e spazia tra cose ethno, minimal, l’epica Kraut-electro di cui è maestro, gli anni Ottanta più sognanti-visionari e accenni di smaterializzazioni burialiane.

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Hopkins chiude in bellezza. La partenza ha un’aggressività quasi hardcore, esaltando l’impatto delle componenti tattili e fisiche – da lezione di educazione tecnica – delle sue cose glitch, tanto che già nel secondo pezzo se non pare Skrillex poco ci manca, tutto torsioni drop melmogommose com’è. Il live è possente, non si discute, e si avvia alla conclusione mostrando il lato più ambient-melodico del nostro (ancora predominante al tempo della sua esibizione all’Ypsigrock, qualche anno fa). Eppure restano su di lui i nostri dubbi; che sia bravissimo è evidente, che sappia fare di tutto e assai bene pure, ma ci sembra che – forse proprio per questo – non abbia uno stile davvero suo, un qualcosa che lo renda immediatamente riconoscibile, che riesca a scavalcare un pur sapiente pescare di qua e di là da furbo eclettico catalogatore. Bravissimo, ok, ma gli resistiamo.

Fondazione Sandretto, 9 novembre, pomeriggio. I Forest Swords di Matthew Barnes, un po’ come Haxan Cloak, sono una delle nostre sorprese personali di questo CtC. Li conoscevamo poco e sulla carta – nonostante l’affiliazione Tri Angle che generalmente ci stuzzica – non avrebbero dovuto piacerci, e invece ci hanno conquistato. Barnes, accompagnato da un bassista e aiutato da visual scelti con grande oculatezza (ci sono frammenti da un film culto di Maya Deren), costruisce un flusso altamente emozionale che è tanto noise sinfonico, quanto dream, quanto dark ambient cinematica e cinematografica (in questo caso, la location è stata perfettamente funzionale). Tra momenti ethno-tribali, pezzi con ritmica hip hop dal mood cupo e l’atmosfera claustrofobicamente rarefatta e voci sciamaniche come risucchiate e turbinanti, merita menzione particolare la chiusura con il desert witchato di Irby Tremor, chitarra western, schioccare di frusta e voci gotiche epiche a condire. Efficacissimo, senza mai essere didascalico e senza mai farti pensare “hey, ma quanti trucchetti sta usando?”.

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Lingotto, 9 novembre. Se il CtC è una maratona, il suo cuore podistico è la serata finale al Lingotto, una cosa per cui devi essere imbottito di caffeina e pronto a fare Fregoli col tuo vestiario rigorosamente a cipolla, tra il Padiglione principale (che, se non è pieno, richiede anche la giacca) e la famigerata Sala Rossa, quella, piccolissima e subito ribollente, interna (che se è piena, non prescrive niente di più di una magliettina). I Fuck Buttons fanno per filo e per segno quello che sanno e devono fare, ovvero una industrial compressa che è sostanzialmente noise (o forse è viceversa), chiudendo con un assaggio delle loro cose meno aggressive, dal piglio quasi dream. Tutto al suo posto, senza una sbavatura, eppure – visti già anche loro a Ypsigrock – resta la sensazione che siano sì potenti, ma anche sostanzialmente piatti (lo diciamo in senso plastico, descrittivo, non spregiativo), privi di picchi, di esplosioni o, più semplicemente, di dinamiche. Carrozzati, insomma, ma non muscolari.

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Four Tet fuga invece ogni dubbio – ma abbiamo sentito più d’un addetto ai lavori insoddisfatto – con un live impeccabile che è una continua invenzione, una continua sorpresa, una cesto di idee come fossero ciliegie, una tira l’altra. Parte clubstepper, indulge spesso su quel minimalismo percussivo che è la sua firma, ed è capace di avvincere sia quando si fa più astratto, sia quando pigia fino in fondo il pedale del dancefloor. Costruisce, sempre, generosissimo. Boato collettivo quando per qualche istante appare sui visual la scritta “Burial”: ma quanto ti diverti, Kieran?

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I Diamond Version, ovvero i capoccia della Raster Norton Olaf Bender aka Byetone e Carsten Nicolai aka Alva Noto, propongono una techno di solidità ingegneristica, più che architettonica (e più di genio militare, che civile), tirano su una trincea di cubi di vetro opachi, concedendo poco o nulla ai raffinati cerebralismi post-techno che pure ci si poteva aspettare. I Modeselektor non li amiamo, ma ci hanno sorpreso e conquistato col loro consumatissimo mestiere: delle implacabili macchine da dancefloor, la dimostrazione di come per gestire la pista non basta pestare (e loro pestano eccome), ma nel pestare devi sapere orientare al millimetro gli slanci e i rinculi degli astanti, giocando di variazioni, spostamenti, aggiustamenti, ricalibramenti. Trascinanti. Entriamo nella saletta Rossa, per quello che sarà il nostro sfinente dittico conclusivo: Machinedrum e Andy Stott. Travis Stewart, camp, luciferino e solarizzato come la maglia che indossa, armato di macchine, chitarra e microfono, propone il set più selvaggiamente eclettico dell’intero festival, frullando, nello stesso brano e brano dopo brano, dubstep, footwork, lounge dai sapori West Coast, grassissimo tamarrume hip hop e superimponendo sul tutto il suo marchio di fabbrica nonché quello che è il più evidente segno dei tempi della riscoperta dei Novanta, in ambito electro e derivati: la ritmica jungle. Il suo set, così vario e ipercinetico, e forse anche un po’ troppo lungo, è esagerato, nel bene e nel male. Sono le cinque e noi, in maniche corte, avvolti da un vapore tropicale, avvertiamo finalmente i colpi della serata. Arriva Stott, dei cui live abbiamo sempre e solo sentito parlare bene. L’uomo ha il compito, che lo scorso anno era toccato a uno Shackleton di proporzioni titaniche, di chiudere la Sala Rossa lasciando gli ultimi temerari a confrontarsi con la coda del dj set di Ben Ufo, nel padiglione centrale. Parte con una cosa che non è possibile non definire come doom metal e che piano piano si plasma, in un’orgia di ultrabassi che agitano le viscere e piegano le tempie, in una doom techno squassata da disturbanti microcontrotempi e insertini obliqui. L’impatto è poderoso. Eppure: non abbiamo mai visto un performer più ingessato di lui, fronte corrugata, movimenti misurati, ma diremmo anzi impacciati, indecisi tra laptop e macchine, in una frizione francamente imbarazzante tra quello che vediamo e quello che sentiamo venire fuori dalle casse. Spremuti come un limone, rimettiamo tutti gli strati della cipolla, e abbandoniamo il campo.

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Tirando le somme. Il successone dello scorso anno ha sicuramente avuto l’effetto di amplificare l’internazionalità della manifestazione: all’uscita dalle Officine OGR, fermandoci a chiacchierare a lungo con un collega, abbiamo sentito parlare inglese, americano, spagnolo, olandese e tedesco. E c’era anche un misurato gruppetto giapponese (già adocchiato alla Fondazione Sandretto), più taciturno, ma parimenti stoico. L’autoriciclo dal cartellone dello scorso anno è fisiologico e sappiamo essere pratica diffusa in tanti festival, soprattutto italiani, e vista in ogni caso la varietà, quantità e qualità delle “nuove proposte”, passa in secondo piano. Proprio il bilanciamento di nomi tra le nuove proposte – ovvero tra nomi “big” e nomi “emergenti” – ci dice anche che il CtC è soprattutto un grande festival, una grande macchina che aspirando a grandi numeri non può che puntare sui grandi nomi, sul consolidato, sul classico, sul sicuro. Se non conservatore, sicuramente autoconservativo. Cosa ci dice questo CtC13 della scena elettronica di oggi (quando quello #12 segnalava forte e chiaro: wonky koiné; massimalismo, spacey e hypnagogica come waves; house evergreen; ritorno della techno)? Che il nodo electro-Kraut è sempre forte e sempre basilare, che va forte, fortissima, la dark ambient in tutte le sue possibili declinazioni, che gli enciclopedisti (più – Four Tet – o meno – Hopkins – stilisticamente consapevoli e compiuti) premiano sempre. E che i Novanta sono tornati, così come per tutti i Duemila-Duemiladieci sono tornati gli Ottanta.

[Grazie a Sarah Venturini per la collaborazione]

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