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Outsider psych-pop di origini neozelandesi, Connan Mockasin – all’anagrafe Connan Tant Hosford – è stato considerato quasi subito un piccolo, eccentrico genietto e nel tempo si è guadagnato la stima di gente come David Byrne o Blood Orange, ma non ha mai effettivamente guadagnato le luci della ribalta, al contrario di altri colleghi “storti” come per esempio Ariel Pink. Questo nonostante le frequentazioni parallele più (Charlotte Gainsbourg, con la quale è andato in tour e ha collaborato per i suoi ultimi dischi, Stage Whisper e Rest) o meno famose (il duo Soft Hair, al fianco di LA Priest e al sottovalutato esordio omonimo nel 2016, per un Eden weird dall’anima lisergica e caramellosa). Sarà anche perché il biondino ama complicarsi la vita. Voci insinuano che la prima traccia di questo terzo album ufficiale da solista, Charlotte’s Thong, con i suoi circa nove minuti di liquide trame strumentali, si rifaccia proprio alla figlia del celebre Serge: certo è che né lei né la canzone lasciano indifferenti.

Dicevamo che il biondino ama complicarsi la vita. Sì, perché Jassbuster è strettamente correlato al melodramma in cinque parti Bostyn ’n Dobsyn, in cantiere da qualcosa come vent’anni e finalmente girato nell’estate del 2016, nel corso di appena dieci giorni nel salone di un parrucchiere in disuso a L.A. (a proposito di “capelli”…), nonché incentrato sulle vicende di un insegnante di musica, Bostyn, e del suo allievo, Dobsyn per l’appunto. Il primo è interpretato da Mockasin in persona, mentre il secondo dal suo vicino di casa d’infanzia, Blake Pryor. Alla prima esperienza dietro la macchina da presa si abbina dunque un concept funzionale alla trama della pellicola: Jassbusters, inciso una prima volta nella medesima estate del 2016 e poi registrato in presa diretta una seconda volta in una settimana, è il disco realizzato dalla band di docenti capeggiata da Bostyn/Mockasin. Mockasin che qui, e non era mai accaduto in precedenza, si è fatto accompagnare sul serio da una band durante le session, e tutto fila. D’altronde stiamo parlando di uno che, una volta debuttato con Forever Dolphin Loveaveva presentato il successivo Caramel del 2013 grossomodo così: «Inizia con il delfino che se ne va, e il capo che è innamoratissimo del delfino è triste, e poi ci si lancia nel nuovo album ed è più felice. Ma c’è una gara automobilistica e uno scontro». Insomma, roba da mandare dolcemente in pappa il cervello.

Dopo la succitata Charlotte’s Thong, si va avanti con altri sette brani dal registro perlopiù classico, se non direttamente rétro, nel perseguire un soul-pop mimale negli intrecci di arrangiamento, persino quando le faccende si dilatano, e guidato da una voce più sicura rispetto al passato, per quanto sempre tendente al retrosenso ludico. Il falsetto intimista di Momo’s rievoca Jeff Buckley tanto quanto Last Night rievoca la sensualità di Prince, in una sorta di seduta spiritica su teatrali poltrone di velluto rosso. Il resto del programma scorre liscio, scorre bene, anche se magari perde un po’ in incisività, tra numeri che sembrano fungere da perfetta soundtrack (si raccomanda non a caso l’ascolto a seguire la visione, ove possibile), narrativi parlati loureediani e toni aggraziati ma alla lunga sin troppo rilassati. Non è che vuole strafare, Mockasin, anzi, l’insieme è elegante e molto misurato, ma siamo curiosi di sentire cos’altro è capace di fare libero dalle sue comunque avviluppanti sovrastrutture mentali. Ci vorrebbe con ogni probabilità un “acchiappaMockasin” nei pensieri stessi, nei dischi stessi di Connan Mockasin.

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