Recensioni

7.3

Dâm-Funk ha abbracciato il credo funk fin dagli esordi e come un vero visionario del jazz, e dunque a partire dalle sue pieghe più cosmiche e (retro)futuristiche, con tanti saluti ai formati discografici e ai loro minutaggi. Cinque anni fa il suo esordio pubblicato da Stones Throw fu un pretenzioso debutto sulla lunghissima distanza con più di un colpo di genio, che raccoglieva e riordinava i cassetti di cinque mini pubblicati in mp3 l’anno precedente, per un totale di ben due ore e 19 minuti. Il secondo album arriva oggi con un’altra generosa manciata di tracce per “soli” 96 minuti di musica. Tutto questo accade a circa due anni dalla collaborazione con Snoop Dogg a nome 7 Days Of Funk e da quella con un’altra storica icona funk ultra saccheggiata dalla cominità HH come Steve Arrington (Higher), esperienze queste che per il producer innamorato del sound analogico a zero tasso di campionamenti, del P come del G Funk, devono aver rappresentato l’equivalente di una mistica riunione con gli eroi di sempre.

Il nuovo disco nasce all’insegna del lato più pop della sua produzione, e questo all’interno di un contesto discografico che ha visto ritornare con prepotenza il lato più verace e di culto del funk di LA, grazie ai lavori di Flying Lotus (You’re Dead!), Kendrick Lamar (To Pimp a Butterfly) e Thundercat (The Beyond / Where the Giants Roam). Aggiungete che siamo in pieno fermento post Straight Outta Compton con inevitabili revival 90s, e dunque delle prime produzioni di Dr. Dre e Tupac, ed ecco che Damon Garrett Riddick torna a riproporci quel che sa fare con un tiro più conciso. Esattamente quel che ci vuole ora per approcciare queste sonorità dalla giusta e più generosa prospettiva, ovvero con il giusto scazzo, il fumo che esce dagli appartamenti a un piano e il sole che cala sul neighborhood californiano, tra sirene della polizia e ambulanze in lontananza.

Il disco scorre tra serpentine di sinuoso bass sound, felpati tocchi fusion e pixellismi 8 bit di casa Brainfeeder, magari sciolti in qualche cocktail psichedelico, e non mancano neppure i tocchi più nerboruti, richiami agli amati 70s di George Clinton e compagnia funkadelica ma anche all’Herbie Hancock più future, fino a Prince e persino Zappa. Ci troverete pure il lato più ghetto & gansta-ganster dell’hip hop californiano, tagliato su una disco mutante di lungo corso, profumi soul e tante altre spezie rigorosamente electro-black su cui sarebbe ozioso soffermarci. Sopratutto, quel che si ascolta, è il sound di una LA sotto lenti seppiate e giallognole persa nel tempo e idealmente a bordo vasca. Rispetto al passato, il tiro è più compatto – e questo grazie alla quadratura del lavoro sulle canzoni – e agli ospiti, ovvero Ariel Pink (Acting), il citato Dogg, Nite Jewel, Q-Tip, Kid Sister e Junie Morrison. Gran bel ritorno per Dâm-Funk.

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