• Giu
    02
    2017

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Easy Eye Sound

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La prima volta che Dan Auerbach arriva a Nashville ha diciotto anni. Cerca un locale dove si suoni live, lo trova e sul palco c’è Dave Roe, bassista e alfiere di quella scena che rende la città del Tennessee una delle capitali della musica americana. A distanza di anni Auerbach incontra ancora Roe, questa volta invitandolo a partecipare al suo nuovo album solista prodotto dalla sua Easy Eye Sound. E il bassista non è l’unico. In Waiting on a song ci sono, ad esempio, anche Duane Eddy, John Prine, Gene Christman e Bobby Woods. Bastano questi nomi per capire che il secondo album solista della voce e chitarra dei Black Keys è l’occasione per vederlo fianco a fianco con alcuni dei suoi miti. Se nel precedente Keep It Hid, il bluesman di Akron aveva duettato con il padre naturale, nel successivo disco in solitaria si fa accompagnare dai suoi genitori artistici. Sembra quasi logico. Anche perché questo Waiting on a song suona come una gita in pullman in cui si canta il rhythm and blues che ha ispirato Dan Auerbach. O il country col quale è cresciuto. Oppure il folk che gli appartiene. Insomma, quelle american roots delle quali il chitarrista è amante dichiarato.

Non si fa dunque fatica a immaginarlo nella sua casa di Nashville, la scorsa estate, dove si è fermato a scrivere e ad aspettare queste canzoni. «Am I blind or too dumb to see / all the sound surrounding me?», si chiede quindi Auerbach in una title-track arricchita dal feat. di una leggenda del country come Prine. Eppure non si avverte fatica in questi pezzi che sembrano uscire spontanei nelle parole e nei suoni. È un album composto, educato, mai urlato, questo Waiting on a Song. Una gita, come si diceva, tra lo skiffle di pezzi come Livin’ in Sin o di Show Me. Tra il groove alla Wilson Pickett della solare Malibu Man e il midtempo rythm and blues di Stand by my girl. Tutti pezzi, come dichiarato anche dallo stesso Auerbach, arrangiati insieme ai session men d’eccezione che hanno affiancato formazioni come Dusty Springfield e persino artisti come Elvis Presley. Per la radiofonica (non a caso singolo) Shine on me si avvista anche la sagoma del fingerpicker più amato d’Albione, Mark Knopfler. Nonostante suoni in definitiva come un album sereno, non mancano gli episodi meno limpidi, quelli da feeling blue, la melancolia americana che si avverte nella youngiana King of a one horse town e nel folk di Never in my wildest dreams.

Non una rivoluzione, dunque: il secondo album solista di Dan Auerbach non rincorre né le trovate innovative (rap in quel caso) di Blak Roc né gli inni (quasi) da stadio di Lonely Boy o Fever. Piuttosto, Waiting segue dichiaratamente le orme della tradizione, ribattute con leggerezza e affetto familiare. Ecco perché non si dovrebbe parlare di plagio. Al massimo di calco, di studio e trasporto per la old school. Make Nashville Great Again, dunque, come se ce ne fosse bisogno. L’aver aspettato queste canzoni non suona in definitiva come una perdita di tempo.

23 Giugno 2017
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