• Feb
    25
    2003

Album

Gammon

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Difficile parlare di questo disco senza parlare di chi lo ha confezionato: da un lato Daniel Johnston, autore e interprete di tutte le composizioni, dall’altra Mark Linkous AKA Sparklehorse, che ha prodotto arrangiato e suonato il tutto. Entrambi a loro modo viandanti su rotte e traiettorie “altre”, avvolti nell’incanto naif di un solipsismo più o meno disturbato, teneramente anarchico, tristemente geniale. Johnston, in particolare, è un maniaco depressivo di lungo corso, capace di sfornare lungo una quindicina d’anni sporadiche cassette e folgoranti dischetti, meraviglia e sgangheratezze tracciate con calligrafia schizoide, straziante, inconfondibile. Linkous rappresenta di sicuro un caso meno grave, tuttavia la sua brava dose di malanimo se la coltiva da un bel po’, persistente come un’ombra dietro a tutti i fantasmi che ne pervadono le canzoni.

Insomma, una combinazione chimica imprevedibile, senz’altro inconsueta, probabilmente eccessiva. Vedi a titolo di esempio l’assedio cosmico-gotico di mellotron, theremin, orchestron e glockenspiel (!!) che in Must e Syrup Of Tears seppellisce il fragile peana di Daniel, situazione portata a conseguenze ancora più estreme in The Power Of Love, dove peraltro il sovrappiù di synth fiabeschi e french horn ritagliano un abito tutto sommato idoneo al palpitare sregolato della melodia.

Ed è questo il punto, l’interrogativo che pone questo Fear Yourself, di non risolvere il nodo tra due modi di rappresentare lo stesso ineffabile crash emozionale: quello crudo, delicato, devastato dal disagio oppure quello della luccicanza aliena, dell’orchestrazione traboccante, come un minestrone visionario su cui guizzano lampi di lucida, dolorosissima follia. Senza contare la saldatura tra essi, il punto in cui sono diversi e la stessa cosa assieme. Insomma, due sono le anime, due le sensibilità, due orbite diverse d’un tratto intrappolate dalla stessa forza gravitazionale, col rischio di collisioni più o meno rovinose.

Per questo non è facile, anche dopo molti ascolti, concentrare lo sguardo, mettere a fuoco l’immagine, assegnare il giusto peso ad episodi di puro power-pop come Love Not Dead o Mountain Top, che in effetti sembrano estratti dallo sregolato cilindro del cavallo scintillante, per non parlare di quando come in Fish o Wish (scusate la rima) sembra di assistere ad una performance dei Flaming Lips un attimo prima di cadere in un deliquio da sbronza letteraria, irresistibilmente catchy la prima con quei corettini e la tiepida infiocchettatura di violino, dimessa la seconda con il fuoco basso del piano, la brezza pedal steel e quella voce tremolante come luce di candela.

Pochi dubbi però sulla effettiva statura di Johnston, la cui stralunata e malsana sensibilità può contare del resto sulla stima – quando non sull’adorazione – di calibri come David Bowie, Thurston Moore, Jad Fair e persino del fu angelo del grunge Kurt Cobain. Eccolo dunque spuntare aspro e nudo nei primi novanta secondi dell’iniziale Now (da solo con una chitarrina, una melodia piccina e prodigiosa in un gracchiante vestito di bassa fedeltà) che poi si schiude e richiude su cinematiche tenerezze à la Mercury Rev.

Oppure potete avvistarlo in quelle Forever Your Love e You Hurt Me che imbarcati sul piano-vascello fanno baluginare un Neil Young ad occhi abbottonati, più o meno dalle parti della leggendaria corsa all’oro. Ma è nella stonata sguaiatezza dei primi versi di Living It For The Moment – al cospetto della quale prevedo frotte di puristi colti da infarto – che l’anarchia accorata, la trascinante tenerezza, l’empatia viscerale e sconclusionata del Nostro diviene un momento di pura, laica, universale comunione, un subbuglio di sensi ed emozioni come il rock al suo meglio sa ogni tanto regalarci.

Un buon disco, insomma, anche se costantemente sul punto di collassare d’ipertrofia: troppa grazia forse due personalità così intense e intensamente “fuori” in una volta sola. Ne risulta dunque un banchetto generoso, colmo di speranza e disperazione, di dolcezza e dolore, toni e tinte che debordano, sapori spesso in eccesso. E’ quindi un mezzo miracolo come il retrogusto alla fine risulti ugualmente piacevole, ed il senso di genuinità intonso. Visti i tempi, dunque, è una scorpacciata che mi sento di consigliarvi senza indugio.

1 Maggio 2003
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