Recensioni

6.5

D’accordo, il periodo anni Ottanta del sempre grande David Bowie non sarà stata la cavalcata trionfale e con tanto di critica inginocchiata sui ceci che era stato il decennio precedente. Come sottolineato più volte da Giulio Pasquali nel nostro monografico, il Duca si è spesso trovato ad arguire su se stesso e sulla sua indomabile anima da manager, a partire dal contratto multimilionario con la EMI che inaugurò i suoi eighties e lo convinse – non senza un certo divertimento – a produrre due album in successione come Let’s Dance e Tonight, che in misura inversamente proporzionale decretarono il successo commerciale e il crollo artistico di un cantuatore che fino ad allora aveva sempre osato tantissimo (mettendo anche a rischio la propria salute mentale) e raccolto altrettanto. Tuttavia, nel 1987 l’uscita di Never Let Me Down (titolo in pieno stile “guarda che belli questi anni Ottanta”) sancì la cesura definitiva tra critica e Bowie, con termini che si assestavano sul “plastico”, “sfocato” e “sciatto”. In pratica, un disastro su tutta la linea, considerando quanto questo influì sulle scelte future del Nostro, anche se in termini di vendite il disco resse bene, soprattutto grazie all’onda lunga dei due dischi precedenti (esclusa la sognante colonna sonora di Labyrinth composta insieme a Trevor Jones l’anno prima e il super singolo Absolute Beginners per l’omonimo film di Julien Temple).

Le considerazioni da fare in questa sede per spiegare le reazioni negative della stampa dell’epoca a Never Let Me Down sarebbero troppe. Da sempre la critica vedeva Bowie come un profeta, colui che avrebbe portato la musica al suo step successivo ad ogni uscita, e con una tripletta come Let’s Dance/Tonight/Never Let Me Down sarebbe stato difficile non reagire con una punta di disapprovazione. Tuttavia, questa triade eighties è pienamente calata nel suo tempo, e in quel momento cercò (con successo) di intercettare il pubblico più generalista – quello à la Duran Duran se vogliamo – e di portarlo dalla propria parte della barricata, così da svelare proprio a quelle persone che avevano sempre considerato Bowie troppo pomposo o pretestuoso, un vaso di pandora pieno dei vari Heroes, Low, Aladdin Sane, ecc. Infine, Bowie stesso – che è sempre stato una persona più avanti del proprio tempo e un critico attendibile del suo lavoro – così parlava di Never Let Me Down alla sua uscita: «Ho inciso circa venti album nella mia carriera, e di gran lunga questo è il mio terzo maggior successo. Quindi non posso dirmi deluso; inoltre, anche se è un peccato che non sia riuscito così bene come avrebbe potuto essere… non sono così negativo riguardo a ciò. Per quello che mi riguarda, questo è uno dei miei migliori lavori. Come ho già detto, Never Let Me Down ha venduto molto bene, quindi sono abbastanza felice». Certo, la parte del “ha stra-incassato, quindi ho vinto io” è un po’ sbruffona da parte sua (basta anche notare il taglio di capelli esibito durante il Glass Spider Tour), ma letta tre decenni dopo ha perfettamente senso.

Riascoltato oggi, nell’anno di grazia 2018, quindi a oltre trent’anni dalla sua pubblicazione e consci dell’ondata di retromania che ha travolto praticamente ogni settore socio-culturale (portando alcuni a rivalutare il lavoro di gente cui andrebbe applicata tour-court la damnatio memoriae), Never Let Me Down suona come un disco che si incastra perfettamente nel suo decennio, eppure senza nessuno degli elementi che lo renderebbero “di moda” oggi; non è poi un caso che l’album sia il soggetto di una profonda rivisitazione che vede la luce all’interno del boxset Loving the Alien (disponibile dal 12 ottobre), spogliato di tutti quegli orpelli elettronico-sintetici eccessivamente accatastati su ogni singolo brano e che resero l’idea originale di Bowie un tantino troppo ammiccante (tanto da indurlo a pensare due anni dopo che i Tin Machine fossero cosa buona e giusta). Spogliato da qualsivoglia velleità e liberi dall’idea di accostarlo a prodotti precedenti (e inarrivabili persino per lo stesso Bowie), è impossibile non rimanere almeno un filo estasiati da cotanta sincera voglia di cavalcare l’onda del puro divertissment, del vaneggiar leggero, del guardare indietro e rivolgere una smorfia sbruffona all’ambizioso Duca, al rivoluzionario e ribelle Ziggy.

Si parte subito con la hit radiofonica Day-In-Day-Out (pubblicata come singolo il 23 marzo 1987 e accompagnata dalla B-side Julie), scelta appositamente per schizzare in cima alle classifiche di vendita, pura energia R&B memore delle glorie anni Settanta con la chitarra di Carlos Alomar che torna in forze alla Bowie ensemble dopo Tonight, prima di uno iato che si protrarrà fino a 1. Outside. Il secondo brano, Time Will Crawl, è anche il secondo singolo del disco (con B-side Girls), e seppur con un testo profondamente apocalittico, è chiara ormai a tutti la virata totally mainstream della partitura, con un jingle ripetuto fino allo sfinimento e senza alcun tipo di guizzo; Beat of Your Drum è un antipasto dell’abbuffata Tin Machine che da qui a un anno inebrierà il Nostro, mentre la title-track (terzo singolo con B-side ‘87 and Cry) è un delicato omaggio in chiave dichiaratamente lennoniana (con tanto di falsetto imitatore) all’assistente personale Coco Schwab. Non si ferma il treno della nostalgia di Bowie, anzi ingrana la quarta con Zeroes, tra i contributi più energici del disco, in cui si arriva a far indigestione di cliché anni Sessanta, e procede spedito con Glass Spider (stavolta siamo dalle parti della trilogia berlinese) che darà il nome al fortuniatissimo tour successivo e il cui leitmotiv vi rimarrà attaccato per i secoli dei secoli («Mummy come back ’cause the water’s all gone»). Shining Star (Makin’ My Love) verrà ricordata per la partecipazione dell’attore Mickey Rourke e per essere posizionata davanti alla dimenticabilissima New York’s in Love, che pure rimbomba ancora in testa a fine ascolto, e alla polemica ‘87 & Cry con il suo testo surreale e allegorico. La chiusura – tralasciando la rinnegata Too Dizzy, quella sì davvero orrida – è affidata a Bang Bang, brano di Iggy Pop che il Nostro amava non poco e che bissa quella del precedente Tonight (Dancing with the Big Boys vedeva appunto il feat dell’Iguana).

Never Let Me Down 2018

Inevitabile non fare anche qualche piccola considerazione sulla versione “re-immaginata” del disco proposta nel box-set Loving the Alien (1983-1988) e prodotta da Reeves Gabrels, David Torn, Sterling Campbell, Tim Lefebvre, Nico Muhly e Laurie Anderson. Lo stesso Bowie nel 1993 non fece mistero della sua delusione circa le fasi produttive del disco: già all’epoca vi lavorò più o meno in maniera indifferente, quasi col pilota automatico, dopo il clamoroso successo di Let’s Dance e Tonight. La “sottigliezza” negativa sottolineata dal cantautore riferendosi alla musica presente sull’album riassume quindi un nuovo e rinnovato spessore in questa versione 2018; meno «Uhhh-uh!» in coda a Day-In-Day-Out, via il fastidioso (ma indistinguibile) jingle da aeroporto da Time Will Crawl e al suo posto dei più consoni archi e corde, con una batteria sicuramente più dignitosa (ma anche poco eigthies). Sono ancora gli archi a fare da apripista all’imperiosa schitarrata in Beat of Your Drum (niente più sintetizzatori) e la voce di Bowie ne risulta sicuramente più vigorosa, mentre lo stesso canovaccio è applicato alla title-track. Non solo i sintetizzatori, ma anche il coro di voci urlanti in stile anni Sessanta sparisce da Zeroes, mentre la nuova Glass Spider sembra uscita più dall’universo post-apocalittico di 1. Outside e dalle indagini di Nathan Adler che dal decennio precedente, in un cortocircuito di rimandi che si avvita inevitabilmente su se stesso. In Shining Star (Makin’ My Love) il ritmo rallenta e la voce di Laurie Anderson si sostituisce a quella di Rourke, cambiamenti minimi per le seguenti New York’s in Love e ’87 And Cry, dove invece in chiusura sono nuovamente gli archi a soppiantare i synth di Bang Bang.

Insomma, se da un lato è pienamente apprezzabile l’operazione in cui ogni brano dell’album assume struttura e abbandona la frivolezza eighties, assumendo quindi una dimensione quasi atemporale, dall’altro è proprio quella leggerezza, quel suo lato ingenuamente sbruffone a conferirgli quella patina di “album famigerato” che ancor oggi ci piace criticare. Il cortocircuito – non di poca rilevanza – si risolve in un dubbio: quello di trovarci di fronte a una versione nostalgica, spoglia e rigorosa di Never Let Me Down, in linea con l’attuale retromania, oppure al sincero atto d’amore di un gruppo di musicisti verso un album in cui si è sempre creduto poco e che si è amato ancor meno.

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