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7.2

Londra e Istanbul distano più di tremila chilometri e, non bastasse questa lontananza materiale, negli ultimi anni si sono distinte per le politiche sovraniste e isolazioniste dei loro governi, nonostante entrambe le capitali (anche se Istanbul è stata sostituita in questo ruolo da Ankara oramai da un secolo, non si possono certo dimenticare i quasi due millenni di centralità nello scacchiere geopolitico dell’Europa orientale) possano vantare una storica vocazione globalista e multiculturale: a gettare un ponte tra le due culture è un giovane producer turco, originario di Istanbul ma appunto emigrato a Londra, che nel suo disco d’esordio amplia decisamente i confini di quella originale trap elettronica proposta nel già buon EP Maverick del 2016, andando a definire uno spazio sonico dove s’incontrano la tradizione musicale ottomana e una versione assolutamente personale del magma bass inglese.

Non era né un’idea scontata né una contaminazione semplice, quella tra due suoni che negli ultimi anni stanno vivendo un notevole rinascimento: se il 2017 è stato spesso raccontato come l’anno del ritorno del grime ai fasti che gli si addicono (ma questo 2018, tra l’esordio di East Man, le strumentali di Lil Jabba e l’atteso debutto di Proc Fiskal con i suoi cameretta-riddim, sembra seriamente intenzionato ad allargare sempre più i confini), anche le musiche del medio-oriente stanno vivendo un’intensa riscoperta (dall’ambient percussiva di Cevdet Erek allo shoegaze-drone etnico di Jerusalem in My Heart, passando ovviamente per la dance folcloristica del celebrato Omar Souleyman); la bravura di Sadi Baha sta dunque nel dosare con equilibrio i vari ingredienti, dal riddim giamaicano trasfigurato dal panorama urbano londinese (il minimalismo beats di Aliens o Gambit e il canone sinogrime, con tanto suoni da videogame e spari notturni, che in Discreet, affidata alle rime di Dimzy, viene innestato di serpentine trap) alle nebbie narcotiche che fungono da comune denominatore tra le atmosfere del Bosforo e quelle dell’hip-hop più malato e obliquo (come dimostrano When the Sun’s Gone con il newyorchese Yung Lean e Ahl El M8na con gli mc egiziani Dawsha e Abanob).

Un disco forse imperfetto, che però fotografa un incontro inedito e affatto immediato, eppure Free For All è indubbiamente un ascolto che traccia percorsi affascinanti e ancora poco battuti e che merita di essere apprezzato con grande attenzione.

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