Recensioni

6.8

C’è un video di Bbc Radio che cattura il momento in cui un bambino ascolta in anteprima mondiale il nuovo singolo di Dua Lipa. In quei frame c’è gran parte dell’appeal musicale di una ragazza che con Be The One s’imponeva quattro anni fa all’attenzione mondiale e nel 2017 ha pubblicato un debutto ancorato a un pop oscillante tra richiami esotici e brani iper-catchy dance. Che la britannica avesse intrapreso una intensa fase di maturazione dopo Dua Lipa lo si era capito già due anni fa, grazie a una splendida cover di Do I Wanna Know? per il Live Lounge della sopracitata stazione radiofonica.

A completare il quadro c’è un ulteriore video, quello di Don’t Start Now in una versione “Live in LA, 2019”. Lì la super hit viene introdotta con un lungo strumentale a metà tra Michael Jackson e Studio 54, dando più profondità a quell’effetto compressivo da rigetto dovuto a un brano presente praticamente ovunque. E invece, se lasciamo per un attimo alle spalle il patinato mondo di pubblicità, jetset e apparato di broadcasting ecco una scrittura compatta, minuziosa che oltre alle orchestrazioni retro sprizza energia dinamica dai block e le conga sparsi lungo il singolo. Insomma, un buon monito volto a non sottovalutare quest’artista e provare a concepire la sua arte estrapolandola da tutto il marketing e il gossip che le gravitano attorno.

Alla luce di tutto questo, il solo titolo Future Nostalgia basterebbe a illuminare un fitto groviglio di richiami su analisi sociologiche del nostro tempo che, voluti o meno, sembrano appropriati se messi in relazione all’edonismo frenetico di questo disco. Usai lo stesso aggettivo per l’album – molto meno mainstream, soprattutto dalle nostre parti – di Georgia. A dimostrazione del fatto che, ben prima di una pandemia mondiale, una generazione di artisti inclini alla dance e nati tra fine anni Ottanta e tardi anni Novanta sentiva il bisogno di ricorrere al ritmo e alle strutture pop per reagire ad anni in cui distanze fisiche vengono colmate dagli algoritmi e la leggerezza sembra essere un fantasma difficile da intrappolare.

Senza scomodare teorici e voler attribuire a Dua Lipa profondità analitiche para-accademiche, il secondo album della ragazza di origini kosovare sembra intersecare in maniera piuttosto realistica la stretta attualità; tanto da uscire addirittura una settimana prima della data prefissata per l’uscita. In un periodo in cui tour e promozioni sono posticipate, il gesto configura ancora meglio il carattere istantaneo di Future Nostalgia. La riuscita è chiaramente legata alle forze messe in campo, parliamo di un quartetto di maestranze che hanno plasmato il pop da classifica degli ultimi quattro anni: Jeff Bhasker, Ian Kirkpatrick, Stephen “Koz” Kozmeniuk e Stuart Price. Magari questi nomi non dicono nulla, ma basta fare un copia incolla e googlare per vedere quanti e quali successi hanno sfornato nell’ultimo periodo.

Chiaro che con un team del genere e un carisma come quello di Dua Lipa il risultato è quasi al sicuro. Quasi, perché la ragazza è sulla buona strada (la title track in apertura lo conferma in maniera piuttosto netta) ma si perde quando si rifugia nei cliché dell’amore (Love Again che contiene un sample di Your Woman di White Town o quella Break My Heart in cui risuona Need You Tonight degli Inxs) o della mangiatrice di uomini nel divertissement Good In Bad. Il discorso si fa più convincente tra i bassi e le melodie ipnotiche di Levitating Hallucinate. Alti e bassi, però, si bilanciano nella sensazione che la ventiquattrenne sia “In control of what I do”. O, meglio, il controllo di sicuro lo ha la squadra che sta dietro un ottimo biennio di lavoro che ha portato a una seconda prova ben più a fuoco e matura della prima.

Questo processo è servito a fissare dei modelli e tentare di colmare il gap proprio con questi ultimi. In tal senso, il secondo album di Lipa allunga i suoi tentacoli alle confessioni sul dancefloor di Madonna, così come ai sogni adolescenziali di Katy Perry, e all’appeal plastico di Gaga. Con tutta sincerità, il tentativo non riesce a pieno nella misura in cui Future Nostalgia non ci consegna ancora una diva capace di personalizzare con vigore le traiettorie pop cucitele addosso. Non è una questione d’interpretazione, ma gli stessi riverberi di Tame Impala (Pretty Please) e The Weeknd (Cool), che fanno il paio con tutte le altre citazioni e suggestioni presenti nel disco, sono lì a dimostrare che fin quando ci si lascia abbandonare alle pulsazioni del basso e della cassa si rischia l’infatuazione. Quando ci si ferma un attimo a riflettere su dove possa portare questa nostalgia il discorso si fa più complesso.

Quanto tutto questo possa spingere l’artista al next level è difficile dirlo al momento. Ma, forse, l’insegnamento di Future Nostalgia – che paradossalmente pesca nel passato, in Physical c’è anche un’interpolazione testuale di Olivia Newton-John, e si tiene ben distante dai futurismi di una Grimes – è vivere il presente il più rapidamente e freneticamente possibile. Trentotto minuti e undici brani arrivano allora al momento giusto, come direbbe Jean Cocteu: “La frivolezza è la più bella risposta all’ansia”. In questo senso, Dua Lipa è come quella persona incontrata per caso in una giornata grigia che con la sua semplicità ti alleggerisce dalle preoccupazioni quotidiane.

Ad abbassare le aspettative ci pensa proprio lei a inizio disco: “You want a timeless song, I wanna change the game”. Dua fa il suo gioco e vince se pensiamo al pop nella sua declinazione di intrattenimento. Quest’ultimo è qui celebrato con un lungo uptempo che in undici episodi mette al centro ritmo e melodie avvolgenti. Al momento è tutto quello di cui abbiamo bisogno, avremo modo di capire se la nostalgia per un futuro che non c’è si trasformi in qualcosa di più profondo o rimarrà incastrata in un eterno ritorno.

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