Recensioni

A fronte del nuovo che avanza (Savages, Haim) e del vecchio che ritorna (Warpaint), le Dum Dum Girls hanno percorso un cammino spigoloso, fatto di dubbi, ripensamenti e leggeri cambiamenti di sound per andare incontro ai gusti sofisticati di critica e pubblico. Appurata un’immagine estetica ormai codificata, si può rimproverare alle quattro ragazze di Los Angeles la mancanza di quel tocco di coerenza artistica in più che le avrebbe rese una band fondamentale. Così non è stato, fin dai tempi dell’eppì che seguì l’acclamato I Will Be o, per fare l’esempio più clamoroso, con End Of Daze (poco più di un anno fa), quando i segnali di decadenza diventarono pressoché inequivocabili e la band – almeno su queste pagine – rischiò di essere liquidata come pop-noise di genere.
Il 2014 di Too True avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Chiamati a raccolta Richard Gottehrer (Blondie, The Go-Go’s) e Sune Rose Wagner (The Raveonettes) per produrre il lavoro, Dee Dee e socie hanno provato a lanciare un segnale di svolta, rimescolando nuovamente gli ingredienti e puntando a recuperare il sound perduto di quei primi due lavori che avevano garantito loro l’attenzione del grande pubblico. Il tutto, sotto la nuova effigie di Sub Pop. Non solo: stando alle dichiarazioni, Dee Dee ha vissuto mesi di turbinio estatico, presa, nel suo appartamento newyorkese, dalle letture di mostri sacri della letteratura: da Rainer Maria Rilke a Anais Nin, da Rimbaud a Verlaine, Baudelaire e Sylvia Plath. E non ha tralasciato neanche referenti musicali di non poco conto: Patti Smith e Lou Reed (“who, like many, considero i miei genitori spirituali”) su tutti, ma anche qualcosa di Nick Cave (il famoso j’accuse a MTV del 1996).
Il filo tematico di Too True, come ha dichiarato la stessa Dee Dee, è il manifesto surrealista del desiderio. Il desiderio è la musa primaria, la fonte d’ispirazione; la vita è il ring sul quale sperimentare la passione e apprendere dai fallimenti. Parole cucite su misura per la band che si riaffaccia sulla scene. E lo fa con questo album per lo più musicalmente scialbo, adagiato su stilemi già sperimentati dalle Dum Dum Girls (e da molte altre band), più concentrato sulla forma canzone, forse anche più (troppo?) melodico rispetto al passato. La figura di Dee Dee spadroneggia sul trono di tutte le dieci tracce, ma scivola via troppo velocemente, senza imprimere un vero marchio.
Stimabile ma debole il tentativo di riportare alcuni suoni un po’ più indietro, in area seventies: Cult Of Love e Evil Blooms potrebbero benissimo essere brani dei compianti The Organ, mentre Are You Okay e Under These Hands sono pop banale, piatto, visibilmente già sentito, di quelli che, se le ragazze non avessero una carriera abbastanza consolidata, le avrebbe portate in pochi anni ad esplorare la (de)riva triste dell’indie(?) folk alla Mumford And Sons (leggere e ascoltare – al riguardo – la playlist di SA). Poi ci sono i casi di curiosa pomposità, quella tagliata per le grandi arene (brucia ancora la ferita del caso – Editors?): parliamo di Too True To Be Good, ma soprattutto del singolo Lost Boys And Girls Club. Si tratta di un brano riuscitissimo, che fa scorgere picchi di new wave e persino di Depeche Mode, ma rovinato dalla posizione in tracklist, tra la faciloneria in pieno stile indie-rock di In The Wake Of You e Little Minx – un tentativo mal riuscito di tingere tutto di nero e riportarci dalle parti di Siouxsie e i Cure di Faith. Si salva Rimbaud Eyes, con voci e chitarre spiegate e il ritornello monolitico e ossessivo, sebbene la scoperta dei poeti decadenti potesse verificarsi anni prima, come per tutte le adolescenti del mondo. La Trouble Is My Name che sigilla l’album è una buona dimostrazione di brano lento, anche se mal digerisce i Velvet Underground e soprattutto la versione di Song To The Sirens dei This Mortal Coil.
In definitiva, “immaturità” è il middle-name di queste quattro ragazze, musiciste che arrivano sempre dalle parti di un completamento totale, pur non riempiendo mai la casella mancante. Ancora una volta tocca dire che, persi di vista l’obiettivo primario, i suoni sporchi e d’assalto, il grezzo colorito di I Will Be, le Dum Dum Girls di Too True sono una band che si accontenta. Di essere incompleta, di essere caricatura di se stessa, di essere “carina”, di essere ascoltabile, di essere quello che migliaia di altre band sono: una buona formazione con qualche brano efficacie. Si deve e si può pretendere di più.
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