Recensioni

6.8

La carriera di Emile Haynie, nativo di Buffalo e classe 1980, nasce su due variabili scontate quanto fondamentali: notevole talento e altrettanta fortuna. Il Nostro parte agli inizi come beatmaker hip hop, con la collezione di sample consegnata quasi per caso al D12 Proof (scomparso qualche anno fa), artista che gli fa conoscere sua Maestà Eminem (con cui nel tempo collaborerà numerose volte fino a vincere il Grammy per Recovery). In mezzo, ma tutt’altro che secondarie, le collaborazioni con pezzi da ’90 del rap come Kanye West (Runaway), Ghostface Killah, The Roots, fino ad arrivare a produrre il chiacchieratissimo Born To Die di Lana Del Rey e a lavorare in prima linea per l’ascesa di pop star degli anni ’10 come Bruno Mars, Emeli Sandè, ma anche Fun., One Republic e altri ancora.

Fino al 2014 Emile non aveva mai curato uscite a suo nome, e per tentare questa strada c’è voluta la rottura con l’ex fidanzata: con il cuore spezzato il Nostro si è trasferito a Los Angeles, e ha vissuto per sei mesi nel prestigioso Chateau Marmont, famoso per aver ospitato riprese di film di Sofia Coppola e James Franco, e purtroppo anche per essere il luogo in cui è morto John Belushi. Come è facile intuire, il disco è sorretto nella sua totalità dall’aria malinconica e triste della fine di una relazione, e quasi come se l’album fosse uno specchio della vita reale, Haynie si circonda dei suoi amici, per una parata di stelle notevole: la già citata Lana Del Rey, Brian Wilson, Lykke Li e Nate Ruess, solo per citarne alcune.

Nei cinquanta minuti del disco siamo circondati da atmosfere tiepide e delicate, ma con il costante sapore dell’agrodolce. Si passa dalla formula ’60 pop di Falling Apart con Brian Wilson – che a livello di suoni potrebbe essere figlioccia delle session di Pet Sounds – e Nobody Believes You assieme a Colin Blunstone degli Zombies (entrambe vedono nei crediti Andrew Wyatt dei Miike Snow), alle nebbiose e rarefatte trame di Come Find Me, con una Lykke Li in buona forma accompagnata da Romy degli XX, fino alla marcetta di Randy Newman in Who To Blame. Nonostante qualche momento no (la deludente Ballerina’s Reprise, con Father John Misty e Julia Holter che fanno a spallate), le tracce funzionano e in alcuni casi si sfiora anche il singolo di turno: è il caso di Wait For Life, con una Lana Del Rey in grande spolvero che mette in scena tutta la sua drammaticità, o Kiss Goodbye, con il fido collaboratore di SBTRKT, Sampha (il cui timbro di voce è ormai riconoscibile a chilometri di distanza), che dà vita a uno dei pezzi più riusciti con una base soul davvero incalzante.

Emile Haynie (che in due brani mette anche la sua voce) gioca con una produzione pulita ed essenziale, mai pomposa e ingombrante, avvolta in architetture orchestrali fatte di piano e archi che rendono il tutto estremamente godibile. L’impressione, tuttavia, è che l’artista abbia preferito cucire a pennello i suoni sugli ospiti, piuttosto che il contrario: basti ascoltare Fool Me Too con Nate Ruess, che sembra materiale di chiaro stampo Fun. Un buon esordio sulla lunga distanza per il produttore, che non tende a stupire quanto a confermarsi, tentando lentamente di raggiungere un obiettivo importante come la riconoscibilità del suo sound.

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