• Feb
    08
    2019

Album

INRI, Garrincha Dischi, Universal

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Gli Ex Otago sono un bel po’ di cose. Sono l’anello di congiunzione tra l’indie (o presunto tale) e l’itpop thegiornalistico da stadio. Sono il gruppo un po’ paraculo che però almeno due o tre pezzi carucci li ha tirati fuori. Sono una parte delle quote indie (appunto) così strombazzate (e deludenti in termini di classifica finale) dell’ultimo Sanremo. Sono buonisti e un po’ qualunquisti, tremendamente banali e perennemente sul vacuo andante. Non hanno mai detto davvero niente, e l’hanno sempre fatto pure abbastanza male. Per lo meno, una volta, spalmavano il loro niente su melodie a tratti anche molto belle e arrangiamenti non privi di una certa eleganza. Qui lo dico e qui lo nego, In Capo al Mondo è uno dei dischi del crepuscolo della mia adolescenza e un pezzo come Foglie al Vento è ancora oggi un guilty pleasure neanche troppo inconfessabile. Anche in quel caso, il testo farfuglia e sbietola frivole amenità come «tu mi guardi io ti guardo / siamo sotto un incantesimo». Il ritornello, giusto per ricordarlo, fa più o meno così: «quanto è grande l’amor / che ho per te che ho per te / quanto grande è il mio cuor / vicino a te vicino a te». Insomma. Questa premessa giusto per dire che gli Ex Otago avevano pure una certa sciocca dignità, un prescindibile motivo di esistere che li poneva quantomeno su un piano sfalsato rispetto ai Thegiornalisti. Eppure. 

Corochinato è un disco che si crogiola nella solita nostalgia piaciona, pieno zeppo(la) di «se ripenso» e «mi ricordo» e di stra-triti ripescaggi 80’s e retaggi EDM. La metamorfosi in Tommaso Paradiso 2.0 sembra molto vicina al completamento e la penosa tristezza della scrittura non è più nemmeno bilanciata dalla fatua orecchiabilità di qualche disco fa. C’è il pezzo su quanto è bello essere bambini (che si intitola addirittura, reggetevi forte, Bambini), la ballata pianistica con i clapping e gli archi surgelati nel 2019 (Torniamo a Casa) e la schitarrata strappamutande dedicata a questa notte e intitolata Questa Notte. Il peggio arriva con Tutto Bene, un’inaspettata sbrodolata di spicciolo esistenzialismo generazionale à la Stato Sociale in salsa tropical house (l’ultima volta che ho usato questo tag stavo scrivendo di questo disco). Le Macchine che Passano, un patinato blues che a sorpresa si rivela il pezzo migliore del disco (più che altro per assenza di concorrenza), una sufficienza la strappa e si lancia in arditezze liriche come «le serate a far l’amore fuori le cicale». Gulp. Dopo il danzereccio inno hygge La Notte Chiama chiudono il disco prima un pezzo dedicato all’infinito intitolato L’Infinito, e poi un malinconico pasticcio dai vaghi echi philcollinsiani che parla di una ragazza che non gli parla più e si intitola Tu Non Mi Parli Più. Alla fine la traccia più ispirata resta quella di Sanremo, ed è tutto dire. 12 canzoni che sono letteralmente foglie al vento, e allora la soluzione può essere una sola: RASTRELLAMENTO.

19 Febbraio 2019
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