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Mogwai e Explosions in the Sky rappresentano due scuole di pensiero ben distinte: i primi, alfieri del post-rock del vecchio continente, hanno cercato nel corso di una carriera ormai ventennale di allontanarsi sempre più dalla dicotomica alternanza di esplosioni ritmiche distorte e silenziosi vuoti, provando ad aggiornare (con risultati alterni in verità) il vocabolario di un genere che forse ha perso la freschezza degli inizi ma che ha senz’altro dimostrato in tempi recenti di saper essere ancora generoso (vedi la colonna sonora di Les Revenants e gli episodi migliori del precedente Rave Tapes). I secondi, dal lato americano (ma comunque, se vogliamo, europei, fatti i paragoni del caso con Tortoise e Slint), hanno vagato stancamente (soprattutto nelle ultime prove in studio) in territori più emozionali e melensi rispetto agli alter ego scozzesi, guardandosi allo specchio e compiacendosi forse un po’ troppo in quel brodo shogaze-chitarristico che li aveva contraddistinti fin dagli esordi. Entrambe le band hanno senz’altro trovato nelle colonne sonore non solo un naturale sbocco, ma anche un motivo di ringiovanimento e ripensamento della propria musica, più dal punto di vista dello scatto d’ambiente, se vogliamo trovare una metafora riassuntiva, piuttosto che da quello di uno spettacolare piano sequenza.

Pubblicate a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, le nuove prove delle formazioni, ovvero Atomic e The Wilderness, mostrano innanzitutto interessanti punti di contatto proprio per l’influenza, diretta o indiretta, esercitata su di loro dal lavoro su commissione, ma anche per la strategia compositiva che ora, in minutaggi ridotti alla media del formato canzone, non presuppone più né esplosioni, né atomiche, bensì un bel lavoro di sofisticazioni elettroniche e misurati crescendo. A ben vedere, i primi avevano già intrapreso questo percorso nel recente passato (vedi Rave Tapes) mentre per i secondi si tratta di una prima volta, dato che le vecchie maniere caratterizzavano ancora l’ultimo album in studio, Take Care, Take Care, Take Care, come giustamente faceva notare in sede di recensione Stefano Pifferi nel 2011.

Atomic, risultato della revisione delle composizioni utilizzate per la sonorizzazione del documentario Storyville – Atomic: Living in Dread and Promise di Mark Cousins realizzato per la BBC, è tra i due il lavoro che convince di più, a partire da una fruizione più di petto ed emancipata dallo stesso documentario che ne ha fatto scoccare la scintilla. The Wilderness, al contrario conquista – e vince – sulla lunga distanza sia per il grande lavoro in sede di produzione, sia per gli spazi tra le note, per i silenzi e per il dettaglio dei microsuoni all’interno di quest’ultimi (a tratti spunta quasi un’effettistica alla Tim Hecker), sia per la sua fusione a caldo su tessuti e dinamiche più canonicamente (cinematic)rock, a partire dall’incisione della batteria.

Se la tripletta di brani iniziali – Ether, SCRAM e Bitterness Centrifuge – è stereotipica per comprendere la bontà di cui sono ancora capaci i Mogwai sul confine tra composizione e soundtrack (7.0), al contrario The Wilderness risulta più articolato, e a tratti anche imprevedibile, tanto che qualcuno lo ha già visto come il migliore album della band dai tempi di The Earth is Not a Cold Dead Place, e a noi sembra il migliore dei lavori fatti finora dalla formazione. L’unico in cui la band dimostra di poter raggiungere qualcosa ambizioso ma non tracotante, potente e non derivativo (7.3).

5 Aprile 2016
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