• Feb
    22
    2019

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Fabric

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Sembrava stesse per giocarci un (nuovo) brutto scherzo, il Fabric di Londra, che a inizio anno vedeva la sua facciata principale oscurata da un muro nero con tanto di (temporanea) disattivazione dei canali social. Era invece il preludio all’annuncio delle celebrazioni per il ventennale dell’iconico club di Charterhouse Street, con freschi format per i party (xx), new entry nella scuderia dei resident (con Anna Wall e Bobby ad aggiungersi ai già rodatissimi Craig Richards e Terry Francis) e soprattutto la nuova evoluzione della serie di mix, una delle quali – il live – ci aveva salutati definitivamente a settembre con l’ottimo episodio firmato da due british masters, ovvero Burial e Kode9, scozzese sì, ma londinese ad honorem già da un pezzo.

Fabric presents, questo il nome del nuovo corso, promette espansioni della nota e avviata formula, oltre a tavolozze musicali più aperte, alla novità della pubblicazione digitale di ogni singola traccia presente nei mix, nonché a un gancio ancor più stretto tra gli artisti selezionati per la serie e le serate nel locale. L’onere e l’onore di aprire le danze è affidato a Bonobo, presente non di rado nel nostro paese per live e dj set vari, che da queste parti seguiamo con piacere fin dalla prima ora. Nato a Brighton e ora di stanza a Los Angeles, Simon Green è lo straclassico prototipo dell’artista agile e sempre pronto al movimento pur restando (quasi del tutto) fermo. La sua è una calligrafia ormai riconoscibile a chilometri di distanza: dai primi passi a inizio millennio, il producer ha assorbito con pazienza e maniacale attenzione per i dettagli le multisfaccettate correnti elettroniche che si sono avvicendate in Gran Bretagna prima di espandersi nel resto del vecchio continente. È partito dal downtempo trasfigurandolo di volta in volta nelle istanze wonky, così come in quelle dell’r’n’b, dai revival della garage dei suoi amici e colleghi – che iniziavano a riporre nel cassetto il dubstep purista per ibridarlo nella techno e nell’house – all’afrobeat, da un concentrato di coloratissimo pop all’ambient da “cameretta” che continueremo a tirare in ballo per chissà ancora quanto.

Green non ci ha quasi mai abituato a particolari sorprese, soprattutto quanto si tratta di stare faccia a faccia con il pubblico: la sua è una selezione raffinata, cosciente e coerente con quanto propone dagli studi di registrazione, non c’è mai da aspettarsi lo show della vita e tanto meno notti “salvate” dalle sue chiavette usb. Pertanto, il missato per il club londinese a suo nome fa target da solo senza neppure bisogno di scorrere con attenzione la tracklist, non ci si può sbagliare. L’attenzione è rivolta non tanto alla qualità della scaletta (nulla da dire neanche stavolta) quanto al flow complessivo – nella press si parla come al solito di “narrazione” – che Bonobo è in grado di proporre sul piatto. Possiamo rapidamente bollare la selezione come il classico missato house-per-chi-non-ascolta-house, senza malizia alcuna. D’altronde Bonobo sotto quel tetto hipster house si è sempre trovato a suo agio, garantendo più volte certi smalti di iperproduzione che tirano spesso in ballo Four Tet, FaltyDL, Caribou e tutto quel giro di grossi producer che passa tra Ninja Tune e Domino. La sua idea di house – che avvolge l’episodio anche oltre la metà – è quella di una savana urbana (che scruta anche l’Oriente) già dipinta in Flashlight, dai richiami soul di The North Borders, e più in generale una cassa in quattro pastellata – torniamo quindi al downtempo – e con il radar ben puntato sul versante emozionale della faccenda, che scorre nelle striature di questi 75 minuti, compresi gli inediti – anche qui bene ma niente di nuovo – del protagonista, Flicker, Ibrick e Roach, con quest’ultimo che riesuma l’alias Barachas avvistato l’ultima volta dodici anni fa.

La trama del racconto inizia invece a sgretolarsi quando il Nostro piazza – seppur di rado – paragrafi meno telefonati: arpeggi altezza trance (Earth Trax & Newborn JR ft. Annjet), esclusive potenzialmente interessanti ma stritolate dal missaggio tutto in crossfader (DJ Seinfeld), remix e pezzi di livello ma fuori tema con il resto del lotto (Laurent Garnier, Throwing Snow), intermittenze broken e breakbeat che non trovano il gancio giusto con i pezzi dietro e, più in generale, un lasso temporale di pescaggio tracce lungo un decennio che stavolta non sembra dare una mano in sinergia, offuscando più del dovuto contorni e nuance del mondo immaginato dall’autore. In sintesi estrema, studiare una selezione a tavolino è tutt’altro che un gioco da ragazzi. Quasi dimenticavo… la copertina non vi ricorda qualcosa?

22 Febbraio 2019
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