• Nov
    30
    2018

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Big Dada Recordings

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Due anni fa, precisamente il 23 giugno 2016, il Regno Unito si esprimeva, tramite referendum, sull’eventualità di continuare la propria permanenza all’interno dell’Unione Europea: sappiamo tutti come è andata a finire e, da quella data, abbiamo letto le più diverse interpretazioni dei risultati del voto, andando a conoscere tesi che contrapponevano differenti fasce anagrafiche o livelli di istruzione, ma la più suggestiva era probabilmente quella che vedeva schierati sui due fronti opposti Londra (e in generale le metropoli, i grandi agglomerati cittadini) e la periferia. È infatti innegabile che nei centri urbani e specialmente nelle capitali si sia sviluppato, col passare del tempo, uno stile di vita per cui Londra è molto più simile (al netto delle differenze d’affitto, oltretutto sempre più sottili) a Berlino che non alle limitrofe Rochester o Chelmsford, ma in un paese in cui 1/5 della popolazione vive sotto la soglia di povertà è tutto correlato: simili numeri non denunciano soltanto le difficoltà socio-economiche delle periferie, lo Yorkshire e le East Midlands continuano a esistere anche dentro la città.

È dunque forse più corretto interpretare la Brexit come una volontà di riaffermare i propri desideri e prima ancora la propria esistenza da parte di una fetta di popolazione che si è sentita (legittimamente o meno) abbandonata, quando non addirittura tradita dai tradizionali centri di potere. Che il risultato sia ben diverso da quello che gli stessi sostenitori del leave speravano è davanti agli occhi di tutti e, a pagare una probabilissima transizione esiziale, saranno esattamente quelle classi, quelle comunità che più si sono fatte abbindolare dai politicanti anti-europeisti. Così anche Londra, nonostante le sue posizioni più aperte e accoglienti, sta lentamente svelando il suo lato più oscuro e inquietante (come dimostra anche il dilagare sempre maggiore del fenomeno dello stabbing, una vera piaga per gli adolescenti): non è un caso che le cose migliori uscite dalla capitale inglese negli ultimi anni mischino distopia, risentimento, paranoia e la quotidiana lotta per la sopravvivenza; dalla visione post-apocalittica di Gaika alla ricerca di una qualche comunanza e solidarietà nel debutto del producer East Man, le musiche provenienti da Londra ci raccontano sempre più di una società frammentata e inospitale. A questi esempi si aggiunge ora il duo Farai, che prende il nome dalla vocalist di origini zimbabwesi, all’esordio sulla lunga distanza per l’attenta Big Dada: dall’ex colonia all’East End londinese con un’attitudine punk (evidenziata nel look spesso raffazzonato e nelle foto del duo) che è quanto di più distante dal glamour che ultimamente accompagna gli artisti di discendenti africani (da Kendrick che cura la colonna sonora di Black Panther ai continui flirt tra il mondo della moda e la scena grime).

Affiancata dal producer Basil Harewood Junior, Farai si era già fatta notare lo scorso anno quando cantava, sulla NON di Chino Amobi, “I’m not local, I’am global” in un afflato di fratellanza universale totalmente controcorrente: invece il nuovo lavoro (undici tracce per neanche quaranta minuti di musica) racconta una presa di coscienza che lascia poco spazio alla speranza, come chiarito anche dal singolo This Is England (“Theresa May, do you know how it feels to count days and hours til payday?”) dove un tappeto sonoro di tagliente noise elettronico ci introduce a quella che potremmo definire la risposta British all’hip hop etico e sperimentale, ribelle e avanguardista della poetessa americana Moor Mother.

Se This Is England rappresenta l’estremo vertice emotivo e sonico di Rebirth, il resto dell’album mostra soluzioni musicali più accessibili e sostituisce il livore prima con una riscoperta delle comuni radici della diaspora (l’irrisolta questione della britishness nel caustico soul-folk lo-fi di Lizzy, che recita “I have love and hate for Elizabeth”, e le ingiustizie economiche del capitalismo nell’autarchico disincanto electro di National Gansters), poi con il desiderio di fuga, tra utopie intime e generazionali (Secret Gardens) e fascinazioni cosmiche leggermente scontate (Space Is A Place, una improvvisa jam tra gli Sleaford Mods e le THEESatisfaction, con la vena polemica e le soluzione più abrasive, minimaliste ed essenziali dei primi che sposano le atmosfere cosmiche e spirituali delle seconde), e infine con il quasi ovvio (perché naturale dopo tanto combattere) rifugio nei sentimenti suggerito da Radiant Child, quasi una versione black dei momenti più toccanti di Planningtorock.

Alienazione post-punk, memorie black e un’elettronica spartana ma efficace sono gli ingredienti di un debutto viscerale e sorprendentemente lucido: Rebirth raccoglie le esperienze della sua autrice e ce le consegna con una potenza e una immediatezza quasi uniche.

4 Dicembre 2018
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Farai – Rebirth

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