Recensioni

6.5

Semplificandola, la storia dei FEWS ci proietta indietro direttamente di dieci anni, quando impazzava l’incrocio tra pose indie e revivalismo post-punk e le band utilizzavano MySpace come strumento a 360°. In realtà l’epopea della formazione è molto più frastagliata di così e, manco a dirlo, inizia proprio in quel fatidico 2006, quando Fred (voce e chitarra) e David (chitarra) si incontrano sull’ormai semi-abbandonata community che solo qualche istante prima aveva lanciato gli Arctic Monkeys. Entrambi all’epoca hanno appena quindici anni, uno (Fred) vive in California, l’altro (David) in Svezia. In poco tempo tra i due si instaura una importante amicizia e solamente cinque anni più tardi i Nostri si incontrano per la prima volta in quel di Stoccolma. I due si trasferiscono poi per un breve periodo in un appartamento della Berlino cool, prima di approdare a Malmo, dove reclutano la sezione ritmica (formata da Alex e Rusty) e iniziano a scrivere insieme i primi demo a nome FEWS. Poco dopo, in modo quasi fortuito, il loro brano The Zoo arriva nelle mani del producer Dan Carey (Franz Ferdinand, TOY, Bat For Lashes…) che, affascinato, li invita a stretto giro a Londra per registrare un brano per la sua Speedy Wunderground Records. La collaborazione tra i FEWS e Carey dura anche nei mesi successivi quando, ormai stanziati a Streatham (south-London), i quattro iniziano a registrare l’esordio lungo Means, composto nella sua quasi totalità da materiale scritto precedentemente.

La fortissima passione in comune per Daniel Kessler (il chitarrista degli Interpol) non è poi così evidente e invadente all’interno delle dieci tracce di Means. I due brani cardine dell’album guardano altrove: The Zoo suona come se i DIIV sbandassero tra i NEU! e i Joy Division, mentre il trascinante singolo 100 Goosebumps è fondato su un pulsante e dinamico dialogo tra batteria e basso, per intenderci il classico anthem destinato ad accendere il pubblico più giovane durante i concerti. Entrambi i brani si fanno maggiormente arcigni e corali in ritornelli che inseguono l’inno liberatorio più che la melodia. Drinking Games invece sfoggia un veloce schema di chitarra e ritmiche sostenute dal sapore decisamente indie mid-00s (Foals & co). Strumentalmente questa formula funziona e viene difatti ripresa più volte: in 10 Things ad altezza Motorama, in If The Things Go On Like This e in quella Zlatan dal piglio vagamente slacker-USA che farà parlare di sé più per motivi di costume che per altro (è un tributo a Ibrahimovic,«He takes me apart. Breaks my heart»). Per il momento convincono meno le situazioni più dilatate e sporcate da una lieve psichedelia come Keep on Telling Myself: un certo tipo di ricerca sonora sull’effettistica è già apprezzabile, ma manca quel quid in grado di creare una sensazione di completo trasporto nell’ascoltatore.

A chiudere un disco certamente piacevole ma privo di quelle caratteristiche che permettono di essere – passateci il brutto termine – competitivi tra i grandi, gli otto minuti di Ill, che accentuano il lato psych e motorik-friendly (il risultato, melodie e voce escluse, non è distante dai TOY) e che lasciano intravedere possibili evoluzioni future.

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