Recensioni

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Dalla cameretta alle charts il copione è assodato: non fa eccezione Flume, che con il suo sophomore Skin mostra di volersi muovere in una direzione ben precisa. L’omonimo esordio era un pluri-contaminato pastiche di now pop (grazie Gabriele Marino) che pescava con astuzia e classe da tanti filoni più o meno comunicanti: hip hop ora post-Dilla, ora post-Kanye, il future r&b e il nu-soul, occasionali fermenti post-wonky ammicando a FlyLo, distensioni trip hop e pailettosi scintillii glam a là Lapalux. Questo secondo capitolo nel percorso dell’ormai ex enfant prodige australiano costituisce invece un deciso passo verso una certa EDM da festivalone generalista: bella cicciona e un po’ ingessata, di sicuro costantemente prevedibile.

Streten dimostra di saper sempre snocciolare con estrema facilità i brani pop da classifica (Never Be Like You), ma sembra troppo spesso procedere con il pilota automatico inserito. Aleggia su tutto il disco una certa sciattezza compositiva evidente in tracce come Loose It o Say It – che vulcanico fantasista nella scelta dei titoli, il nostro Harley – che scorrono non brutte ma anonime, senza sussulti che lascino il minimo ricordo. Epidermico e superficiale come da titolo, anche quando prova a pestare un po’ più duro (Wall Fuck) la piattezza non riesce ad incresparsi, mentre ridestano parzialmente l’attenzione gli spezzettamenti post-wonky stop-n-go di Smoke & Retribution con un sempre affidabile Vince Staples. L’inevitabile pensiero che balena alla fine del brano è comunque che episodi compresi nell’esordio come Sintra fossero ben altra cosa.

Tra prescindibili intermezzi riempitivi che allungano inutilmente la zuppa (Pika, When Everything Was New), la palpebra si rialza con You Know e il tributo al Glasgow sound del da sempre amato Hud Mo in Take a Chance. Anche Innocence con gli Alunageorge parte bene per poi perdersi per strada in una durata eccessiva, mentre prova a salvare la baracca segnando al 90° Tiny Cities con Beck, posta in coda alla scaletta con la giusta paraculaggine a costituire senza dubbio l’apice qualitativo del disco (nonostante la concorrenza fosse delle più agguerrite).

Diciamo che piacerà e diciamo che in tanti continueranno ad andare a vedere Flume live, che è il vero obiettivo di questo disco (su quanto valga la pena, il nostro Marino non sembra avere molti dubbi), ma il sottile e prezioso equilibrio di tre anni fa sembra essersi perso. C’è plastica e plastica, e questa non ci piace.

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