• Mar
    08
    2019

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Warner Bros. Records

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Erica Jong parla della fine del mondo attraverso l’immagine inquietante di fiori sanguinanti, Czeslaw Milosz invece se l’immagina piuttosto poetica, con un violino che risuona nell’aria. Quello che rimarrà (non) per sempre è un tema ricorrente nell’arte ed è spesso influenzato dai vari periodi storici che si susseguono. Non possiamo certo dire che gli anni che stiamo vivendo siano prosperi e spensierati. Sarà per questo che molti s’immaginano l’apocalisse sempre più vicina. È il caso dei Foals, che sul tema hanno pensato di scriverci addirittura due dischi: il primo viene alla luce quasi in primavera, il secondo uscirà in autunno.

Diciamo subito che gli oxoniensi non sono mai stati così ambiziosi. Forse a far scivolare in questa direzione sarà stato il nuovo assetto, dato che adesso parliamo di un quartetto (il bassista Walter Gerves ha lasciato amichevolmente la band). Oppure c’era bisogno di dimostrare a tutti che i Foals non sono soltanto quella «best live band» osannata dalla stampa di casa e onorata dai vari premi Nme, Q, Mercury Prize e Ivor Novello. Fatto sta che Yannis Philippakis e soci si sono presi tutto il tempo a disposizione cercando, da buon gruppo che dal mondo indie si è affacciato nell’Olimpo delle major, di declinare il vecchio pop in varie sfumature. Da un lato consapevoli del proprio background che unisce math, chitarre stoppate, esotismi e cantati evocativi, e sicuri di proseguire il discorso di What Went Down, in cui il rock granitico ammiccava ai singalong da stadium band, i Foals scoprono le carte. Come scrive Lacan, «parlare è anzitutto parlare ad altri», ed è da qui che prende corpo il nuovo album del gruppo. Everything Not Saved Will Be Lost Part 1 è una reazione fisica ed emotiva a un mondo diventato sempre più sterile e oscuro. La narrazione di Philippakis è al solito drammatica, ma qui diventa anche istantanea, nel senso che trasmette immediatamente le ansie e la rabbia che pervadono questo nostro vivere contemporaneo.

Il quinto album dei britannici comincia con un paesaggio sonoro lunare: a contribuire a questa sensazione saranno i synth analogici che qui si sono moltiplicati rispetto al passato. Moonlight conduce direttamente a Exits che, ossessiva e sontuosa, si muove meccanicamente tra ritornelli sillabati e cori di rafforzo che sembrano sonorizzare la diaspora dell’uomo contemporaneo, condannato a errare in cerca di contatti umani e della capacità di tornare a emozionarsi. A combattere questa sterilità pensa l’energia di White Onions, vero ritorno agli esordi, e, soprattutto a Degrees, brano frenetico in cui si respira l’aria madsana dei New Order e volteggiano echi africani, probabilmente provenienti dalla collaborazione tra Philippakis e Tony Allen. Poi arriva la sensazione di ovattata ripetitività dell’asettica Syripus che, però, nasconde una parte centrale post punk, preludio della successiva On The Luna, gioco di specchi tra chitarre in tempi dispari che s’incastrano in un quattro quarti spigliato. Torna l’Africa nella liquida Cafe D’Athens, un sogno a occhi aperti che, attraverso un intermezzo dal sapore nipponico, s’inerpica fino a Sunday. Il brano è una ballata melodica che ai concerti farà certamente il suo sporco lavoro. I Foals vedono l’apocalisse come uno scenario a metà tra Jong e Milosz: immagini di una bella giornata in cui gli uccelli cantano «it’s the end of the world» che vengono squarciate all’improvviso da un cambio di mood. Sì, perché se Eliot ai suoi uomini vuoti faceva dire che il mondo finisce con un lamento, i Foals se l’immaginano con un ultimo rave scandito da Born Slippy degli Underworld, prima di tornare a una calma apparente. Tale è infatti la chiusura intima al pianoforte dall’emblematico titolo I’m Done With The World (& It’s Done With Me), in cui il protagonista è messo in ginocchio da quello che vede intorno e, come in Truman Show, vorrebbe soltanto uscire di scena.

Dalla Transgressive assicurano che la seconda parte sarà bella quanto la prima. Quello che è certo è che Everything Not Saved Will Be Lost Part 1 è un album ambizioso ma non manieristico. C’è sempre quest’ansia, in terra d’Albione, di trovare i nuovi Radiohead: Nme dice che i 1975 hanno tirato fuori il loro Ok Computer, gli utenti di Reddit hanno subito chiesto a Philippakis e compagni di far sì che i due nuovi dischi siano i «Kid A e Amnesiac di questo decennio». Per fortuna la band ha scelto di puntare sulla propria identità e lo ha fatto con la contezza di puntare a quella dimensione enorme raggiunta per esempio dai Coldplay. Con la differenza che Chris Martin e soci hanno scelto con gli anni di tagliare i ponti – le cui tracce sono tangibili soprattutto nei primi dischi e nelle rispettive b-side – con una serie di discorsi aperti sperimentali ed eterogenei. I Foals non rinnegano il proprio passato indie, ma sanno bene che sono dei sopravvissuti. Gli stessi membri della band ricordano come i loro amici e colleghi Wild Beasts e Maccabees si siano sciolti, contribuendo a questa sensazione. Forse il primo tempo di Everything Not Saved Will Be Lost sarà uno degli album dell’anno, sicuramente è il migliore dei Foals fino a qui.

8 Marzo 2019
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