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7.4

Non parliamo bene di questo album di debutto di Furtherset perché abbiamo avuto lo streaming in esclusiva, semmai è il contrario. Dopo una manciata di EP promettenti Tommaso ha fatto il salto dell’album, noi lo abbiamo ascoltato, ci è piaciuto molto e abbiamo deciso di proporvelo. Per inquadrare Tommaso e il suo lavoro, vi rimandiamo alla nostra intervista, dove si parla di lui, dei suoi ascolti, e ovviamente di questo disco. Che non dice niente di particolarmente nuovo. Ma lo dice particolarmente bene, con uno stile sempre più personale e riconoscibile.

La cosa più interessante, nonché il punto centrale della faccenda, è il modo di declinare in senso melodico un lavoro sui timbri che era già maturo negli EP, puntando soprattutto sulla manipolazione della voce. Tommaso costruisce pezzi che non sono i soliti – per quanto golosi – quadretti da producer, ma canzoni che restano in testa. Canzoni che sono anche piccole suite, come dimostra bene la lunga e vagamente paranoica Slow Unhappy Feelings: nel titolo, un piccolo manifesto dell’anima a suo modo emo – ma come potevano esserlo i primi Darkstar – del nostro; nei suoni, una IDM – etciù – che ha sotto un’anima soul, ma raggelata, che non intende liberarsi mai.

Nell’incerto procedere e successivo strutturarsi di Doute; nel gioco di intarsi wonkeggianti a diverse velocità di Pleurer (introdotto da archi da Psycho acid techno e che a metà taglia una linea di voce di grande cantabilità, per assurdo che possa sembrare, non distante dalla sensibilità dei R.e.m. di Up, si veda anche l’a cappella finale); nei clusterini, negli stop&go e nella melodia centrale acquarellata, alla Far Side Virtual, di Hands Hands Hands; nella voce szanzarante sul finire di A Kind Vision of Possibilities; nell’hallulujah coheniano ma come lo suonerebbe Washed Out della conclusiva title track: questi i momenti migliori, dove risulta evidente la metabolizzazione del lavoro stottiano di accumulo e addensamento dei materiali reso possibile dalla relativa lentezza dei bpm.

Il risultato è però tutto tranne che pastoso, appesantito, melmoso, nonostante il concept acquatico dichiarato (la profondità non sta qui nell’uso di superbassi, né nelle mimesi sgocciolanti che si sentono a tratti, ma nella stratificazione di voci tutte piuttosto chiare, efebiche, ascensionali), e ha anzi una levità che rende questi pezzi appetibili anche per chi ha o cerca una sensibilità post-rock (versante elettronico-ambientale; vedere She Can See in Her Eyes). Diciottanni o ottanta, questo è comunque un gran bel disco e Tommaso sempre più un sorvegliato speciale.

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