There’s Magic Underwater. Elettronica per ansie subacquee

Il 18 novembre 2013 esce sulla romana Concrete Records (che conosciamo già per i Voices from the Lake di Donato Dozzy, Thelicious e tanti altri) il primo album di Furtherset, Holy Underwater Love, anticipato a maggio dall’EP A Piegon Painted of Blood. Furtherset è Tommaso Pandolfi, classe 1995, anconetano di nascita, ma “metà romano e metà perugino”, attivo dalla fine del 2010, con EP pubblicati su Technowagon, Homework e Bad Panda. Ha suonato in vari festival (Dancity, Club to Club, Dissonanze/Disslab, Flussi, S/V/N, roBOt), ha aperto per Laurel Halo e collaborato con Gianluca Petrella. I suoi lavori brevi lasciavano intravedere un giovane talento in via di definizione; a nostro parere, questo primo album, che vi presentiamo in anteprima e in esclusiva [potete ascoltarlo integralmente cliccando qui], mostra i primi frutti maturi del suo percorso di produttore. Ci è sembrato doveroso approfondire. 

Togliamoci subito l’impiccio. Com’è fare il produttore di elettronica a 18 anni?  

Essere un produttore a 18 anni significa dover considerare le varie condizioni del mio status: quella di studente, quella di produttore e quella, appunto, di diciottenne. Bisogna sempre trovare il giusto equilibrio tra questi tre aspetti; il che significa dover studiare con una certa regolarità, non per avere paura di rimanere indietro, ma per avere tempo per poter suonare, uscire e godersi il tempo libero. Non ho mai avuto molti problemi per quanto riguarda la scuola (semmai è la scuola che ha problemi nei miei confronti). Normalmente poi ho sempre suonato il sabato, ritornando di domenica, senza saltare scuola per via della musica. Succede raramente, solo quando vado a qualche festival, come al roBOt, dove l’anno scorso ho suonato e quest’anno mi sono fatto il fine settimana lassù. La stragrande maggioranza dei mie compagni di classe, fortunatamente, non sa quello che faccio. Sinceramente mi procurerebbe molta ansia sapere che sono a conoscenza della mia attività di musicista. Non credo che capirebbero. Vivono in un contesto culturale diverso dal mio, direi anzi opposto. Altri, ma pochi, sanno quello che faccio e lo apprezzano.

Come nasce Furtherset? Quando e come hai cominciato a fare musica?

Furtherset nasce, se non mi sbaglio, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Negli anni precedenti, a parte le solite esperienze scolastiche di lezioni di musica, non è che abbia mai fatto altro. Basso, pianoforte, le solite cose. La svolta decisiva c’è stata quando il mio maestro di pianoforte e mio fratello mi hanno fatto entrare nel mondo della musica elettronica, prima tramite vari ascolti e poi con l’acquisto di un synth (Roland SH201, che tutt’ora uso), da parte di mio fratello. Sono due personaggi che hanno influito molto nel mio percorso musicale, non tanto a livello di influenza sul mio suono, ma come spinta, incoraggiamento a fare qualcosa di diverso, a confrontarmi con linguaggi nuovi e sperimentare.

Il nome l’hai preso da roba simile [link a un paper universitario intitolato “Set Theory and Further Logic”]?

Il nome credo sia nato in modo totalmente casuale! Non sono un mago a trovare nomi. Ultimamente stavo pensando di chiudere con Furtherset e iniziare con un nome diverso, e una delle ragioni per cui non l’ho fatto è appunto che non riuscivo a trovare nomi che non fossero obbrobri. 

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Mi interessa capire come lavori. So che usi il PC (non il Mac) e Ableton. Ma entra nel dettaglio. Campioni, produci, suoni? Che macchine usi? E dal vivo. Improvvisi (nel senso jazzistico, non cazzone del termine) molto? 

In studio uso Ableton Live con il mio amato Vaio; non sento il bisogno di comprarmi un Mac, almeno per ora. Non uso synth dal computer, registro tutti i miei strumenti in audio e poi li modello a mio piacimento. Ho diversi synth, quasi tutti digitali a parte un vecchio MS20, appartenuto fino ai primi anni ’80 a Maurizio Bianchi (insomma, è un bel pezzo da collezione). Modifico tutto poi tramite vari plug-in di effetti come Guitar Rig 3 e Korg MDEX, nonché gli effetti interni di Live. Aggiungo ogni tanto parti di voce, o uso questa come strumento principale, registrandola e mettendola nei sampler di Live. Un metodo semplice. Faccio anche registrazioni con il mio Zoom H1 e con un bruttissimo microfono da pochi euro, per voce e field recordings. Live invece fino a poco tempo fa avevo un approccio molto distante da quello dello studio: giravo con due synth e il pc (sostituito più recentemente da una SP404 SX) con loop di drums. Ora invece porto live i pezzi dall’album e dall’ultimo EP su Concrete con due SP404SX, un Korg MPX8 e vari pedali delay e reverb. Prima la performance era meno, diciamo, “personale”: alla fine si può dire che portavo live delle jam, con due synth. Ora è tutto più ordinato, posso suonare i pezzi dell’album stravolgendoli a mio piacere, dopo aver preparato i loop che esporto nei sampler. Certo, è un bel casino, dato che ora gestisco la bellezza di 320 sample. 

Furtherset/Tommaso ascoltatore. I dischi più belli che hai sentito negli ultimi 3 anni…

Questa è una di quelle domande a cui ovviamente risponderò e poi, fra qualche giorno, settimana o mese, mi dirò ma perché ho escluso questo o quell’altro? Laurel Halo /Quarantine. The Smiths / pressoché qualsiasi cosa. Clark / Totems Flare. DIIV / Oshin. Fennesz / Venice. Interpol / Turn On The Bright Lights. Tim Hecker / Virgins. Talking Heads / Remain In Light. Talk Talk / Laughing Stock. This Heat / Deceit. Wire / 154. Cap’ n Jazz / Analphabetapolothology. Majical Cloudz / Impersonator. Ho gusti, come potrai vedere, totalmente casuali. Ultimamente poi mi piace anche troppo Sky Ferreira, non chiedermi perché. 

I produttori più importanti degli ultimi anni, secondo te; ma anche “per te”, ovvero per il tuo percorso come produttore… 

Per il mio percorso è difficile stabilire un produttore di riferimento o, più sinceramente, forse non ce l’ho. Come vedi dall’elenco che ti ho fatto, ho gusti che, se non sono casuali, di certo sono molto vasti. Cerco di attingere da più cose possibili, cercando di essere originale. Produttori importanti degli ultimi anni credo siano invece persone come Jon Hopkins, Clark, Nathan Fake, Oneohtrix Point Never, Boards of Canada. Tutti artisti con una forte, unica, identità musicale e che, alla fine, condizionano la maggior parte di noi produttori, o almeno rientrano a pieno titolo nella categoria dei “we are the music makers / and we are the dreamers of dreams”. Altri produttori importanti, o che lo stanno diventando, sono persone come Laurel Halo e Morphosis. Almeno per me. Devo ammettere che, però, non saprei darti una grande prospettiva della scena attuale, non la seguo molto o almeno non sto troppo attento ai particolari. Non sono un grande ascoltatore, ahimè. 

Italia. Qualche anno fa ho seguito sistematicamente, o comunque, più sistematicamente di quanto non riesca a fare adesso, la scena dei produttori italiani diciamo HH strumentale / wonky (termine che nessuno ama, ma che secondo me ha una sua funzionalità) o come lo si voglia chiamare. Ovvero Digi, Ether (Colossius e Biga), Uxo (per inciso, tra le tue primissime cose che ho sentito c’è proprio lo split del 2011 con Uxo sulla sua Queenspectra), Apes on Tapes, Ad Bourke, Planet Soap, Railster, Grillo, Avanthopperz ecc. Chi ti piace e come vedi la “scena” nel suo complesso? 

Altra grande ammissione da parte mia: non seguo molto la scena che chiami wonky/strumentale HH italiana. Li ascolto spesso, ma devo ammettere che non è il mio genere, per cui non tendo ad ascoltarli estensivamente. Quando però escono nuove cose, se le trovo sottomano via blog o siti, le ascolto con piacere e normalmente ne rimango sempre soddisfatto. Poi ripeto, non è che le ascolti tutti i giorni, ma alcuni di loro li tengo nel mio mp3. Ho gusti più su altri versanti musicali. Che mi piacciono veramente, però, ci sono U.X.O. (lo split che feci uscire con lui rimane una delle mie release preferite, e poi lui non lo metterei nella scena wonky, è tutt’altro, è oltre i generi, uno sperimentatore nato) e HLMNSRA, nonché Digi. La scena comunque è viva ed esiste. In Italia siamo in molti, moltissimi, a fare elettronica e ne sono contento. Non solo per quanto riguarda wonky/HH, che è forse la scena più viva a livello produttivo, ma anche in altri ambiti. Penso a Mai Mai Mai, e poi ci sono anche i miei amici di Foligno Giesse e Infinite Delta (che insieme formano gli Schroeders) e Von Tesla, Primitive Art, Ayarcana, Broke One, Bienoise, Phooka, Mass Prod, Herva. Tutti molto attivi, creativi e sempre pronti a sperimentare qualcosa di nuovo. Questa è un’altra cosa che mi piace della scena italiana! L’unica cosa che mi rattrista è che abbiamo poco riscontro all’estero, non in tutti i casi ovviamente, però credo che nei prossimi anni riusciremo a fare grandi passi fuori confine.

Il tuo rapporto con l’hip hop? So che lo segui, ma vorrei capire se pensi che in qualche modo rientri tra le tue influenze di produttore, che insomma si senta da qualche parte l’HH nei tuoi pezzi (secondo me, assolutamente no). 

Non ascolto troppo HH. Oltre a grandi classici del passato (robe della golden age o dai 90s come Wu Tang, GZA o Raekwon) ascolto al massimo Kendrick Lamar o a volte Tyler The Creator. Associato a quest’ultimo, anche Frank Ocean. Ogni tanto poi mi diverto ad ascoltare quell’HH tamarro da MTV. Ma non credo che mi sia minimamente di ispirazione a livello musicale. Diciamo che lo ascolto più per divertirmi, che per altri scopi. 

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Old Quantum Theory EP, 2011. Tra IDM diciamo Warp/Autechreana, minimal techno calligrafica e wonky stilizzato. Da lì in avanti, mi sembra che tu abbia affiancato alla ricerca sulla tavolozza timbrica, preminente all’inizio, una ricerca sulla melodia, di costruzione di brani che fossero a modo loro “canzoni”, e non solo esercizi da producer. 

Credo che tu abbia colto perfettamente quello che è il mio percorso musicale, che ovviamente si sta ancora sviluppando e non so che direzione prenderà in futuro. Comunque sì, dai miei inizi ad ora ho cercato di fare più “canzoni”, non nel senso della costruzione strofa/ritornello, ma come sviluppo di pezzi che siano un viaggio, lungo o comunque complesso al loro interno, che cambino sempre e non siano mai la stessa cosa o che si ripetano, dall’inizio alla fine. Questo credo si sia realizzato al meglio nelle mie ultime due uscite su Concrete, A Pigeon Painted of Blood EP e l’imminente Holy Underwater Love, il primo album. Sono opere molto più complesse rispetto alle mie precedenti uscite. E molto più legate a me, al mio essere una persona che comunque vuole fare musica su quello che vive all’esterno dello studio. Non produco neanche più con tanta frequenza, ora. Da quando ho lavorato all’album e all’EP, tra dicembre 2012 e aprile/maggio 2013, non ho prodotto quasi nulla, se non meno di dieci minuti di musica nuova, fino a settembre/ottobre di quest’anno. Ora tendo a mettermi in studio a suonare solo quando devo lavorare ai live set, o quando so che posso scrivere qualcosa che rispecchi quello che sto vivendo. Questioni sentimentali più che altro, o problemi con amici, bla bla bla, le solite cose. Anche di ansia. Sembro leggermente emo eh? Emo 90’s però, dai. 

I tuoi titoli sono mediamente abbastanza lunghi e descrittivi, e spesso indulgono in immagini, diciamo, tetre. Ti interessa rendere immagini, atmosfere o sensazioni più o meno precise? È lo specchio di certe influenze letterarie? 

Più che tetre, direi tristi. Ti porto l’esempio di Holy Underwater Love, che forse ne è il miglior testimone: fondamentalmente è un album di “canzoni d’amore”, o almeno, di pezzi scaturiti come risposte a determinate situazioni che stavo vivendo fino a poco tempo fa. Se devo scrivere qualcosa e dargli un nome, ormai deve essere riferito a qualcosa che vivo, ho vissuto o sto cercando di comprendere, a livello personale. Non scriverei più nulla su, che ne so, teorie fisiche come facevo agli inizi. Divertenti, ma ero un ragazzino, alla fine. Scrivevo per divertirmi. Anche ora, ma adesso per me suonare è anche interiorizzare e cercare di capire quello che succede tra me e gli altri. Posso scrivere, parlarti di amore, ansia, frustrazioni, di miei pensieri, sogni, incubi, ma non più di calcoli matematici e teorie fisiche che in fondo non capisco e non mi dicono nulla. Diciamo che fare musica sta diventando qualcosa di molto personale. Ecco perché poi ora, suonando live le cose dell’album e delle mie prossime uscite, diventa difficile non tanto dal punto di vista tecnico, del suonarle di per sé, quanto dal punto di vista emotivo. E’ portare davanti ad altre persone cose che ho scritto su determinati sentimenti e situazioni, come ti ho detto. Mi crea molta ansia, devo dire, specialmente se devo pensare che a volte potrò trovarmi davanti al pubblico “sbagliato” e non potermi esprimere al meglio. 

Torna spesso il tema subacqueo (There’s Magic Underwater, su Two Lovers in a Room, 2012; e poi anche You’re Not a Dog Underwater, su A Pigeon Painted of Blood, 2013), fino ad arrivare al titolo dell’album. Ti piace Voices from the Lake? E i Drexicya? E come si sposa questa suggestione acquatica con la natura – per farla breve – spacey, o meglio siderale, di molte tue produzioni? 

A Voices from the Lake ho dato pochi ascolti, e non saprei dirti. Drexicya è una grande passione per me, anche se non credo che nessuno dei due c’entri molto con la mia “passione per l’acqua”. There’s Magic Underwater per me parlava della mia paura in generale dell’acqua, del mare, del nuotare. Non so nuotare (e non ho intenzione di imparare a farlo) e volevo scrivere qualcosa su tale argomento. Holy Underwater Love, invece, è una cosa più strana: quello che immaginavo era qualcosa come una cosa nascosta sott’acqua, irraggiungibile, che sai che sta lì ma che non potrai mai raggiungere. E’ un po’ la sensazione generale che ho cercato di esprimere nell’album. 

5 EP e ora finalmente il disco lungo. Secondo me è il tuo lavoro migliore, dove fai il salto dal nome promettente, ma ancora acerbo, alla promessa mantenuta; intendo proprio come compiutezza, tanto dei singoli pezzi, quanto del disco come progetto. Ci sento dentro più brani e meno prove tecniche ecco. E’ molto diverso dall’advance che mi avevi mandato mesi e mesi fa, che era comunque ottima, tanto che mi ha subito ricordato, non nel senso di una derivazione, ma di una affinità, Andy Stott. Che cosa è cambiato in questi mesi, cosa hai cambiato del disco, e perché? 

Come ho detto prima, dalle vecchie esperienze musicali a quelle di quest’anno c’è stato un forte distacco. Vuoi forse una sorta di “maturità” musicale (direi temporanea, passeggera, data la mia età), vuoi per il fatto che ormai riesco solo a scrivere in determinati momenti di “ispirazione”, derivati da esperienze personali. Ora, poi, cerco sempre di dare un senso generale alle uscite, più che un senso ai singoli pezzi. Ovviamente ne hanno, da soli, ma nell’insieme rendono meglio che presi singolarmente. Poi sì, per Andy Stott hai ragione a parlare di un’affinità e non di una derivazione. Quello che mi piace di Andy Stott è il suo essere lentissimo, quasi esasperante, ma nel frattempo riuscire a contenere tantissime cose, cose che hanno un forte impatto emotivo sull’ascoltatore. Questo aspetto mi ha influenzato molto non tanto musicalmente, ma come approccio alla scrittura. Un discorso più sulla sostanza che sulla forma, sui contenuti, una più attenta ricerca della qualità, ecco. Più qualità e meno quantità, anche a livello produttivo. Ho appena chiuso un’uscita per la mia futura label, un mini-album di sette pezzi per quaranta minuti di musica, finito a inizio ottobre, e non ho intenzione di rimettermi a lavorare su qualcosa che non siano i lavori per i live set e alcuni remix, fino almeno a marzo o aprile. Poi avrò anche gli esami di stato alla fine del quinto anno, a giugno, quindi… 

Mi hai consigliato di ascoltare il disco in cuffia. La dimensione “shake yer ass” non ti interessa? 

Proprio no. O almeno, non più. Nelle produzioni precedenti mi interessava, adesso no, e nemmeno live. Non credo faccia minimamente per me. Voglio fare qualcosa di più riflessivo, intimo, far sentire qualcosa agli altri, non semplicemente far ballare. Sia nei lavori in studio che live. Questa logica mi taglierà fuori dal poter suonare in molti club o altri posti, però alla fine è una mia scelta, che voglio portare avanti. Fare musica per far ballare non è da me, e non posso far acquisire nella dimensione live un aspetto “dance” alle mie produzioni in studio, non sarebbe una cosa coerente con me, come artista. Voglio continuare su questa linea di coerenza e sperimentazione, per quanto mi sarà possibile. Dopotutto, fare musica elettronica non significa, automaticamente, dover far ballare le persone: anche, ma non obbligatoriamente. Credo che con la mia prossima uscita di febbraio (il mini-album), questo percorso verrà chiarito ancora di più. 

Parliamo del lavoro sulla voce che hai fatto nell’album. Una cosa, mi pare, abbastanza nuova rispetto alle cose che hai fatto prima, e in linea con una ricerca che da qualche anno, da punti di vista diversi, ha fatto convergenza proprio su questo punto. Penso a cose anche diversissime tra loro, ma tutte accomunate da un qualche lavoro sulla manipolazione e la smaterializzazione della voce, come Burial, certa hauntology, Stott, certo footwork, certa trap e forme derivate, certa dark ambient, certa witch house, ma anche Blake…

Tendo a usare la voce come lo “strumento principale”. Ovviamente non ho smesso di usare i vari synth, però ecco, credo che usando la mia voce, modificandola, il tutto abbia un aspetto più personale. Per quanto mi riguarda è come prendere e buttare una parte di me nella mia musica, direttamente, senza ostacoli. Così è anche più semplice prendere e scrivere melodie: le canto direttamente e le modifico su Live. 

Dove ti troviamo in giro quest’anno? 

Per ora solo a Bologna il 23 novembre insieme a Schroeders e Walton, per i miei amici di Habitat al TPO, e a Firenze il 27 novembre, insieme a Mass Prod, Dukwa, Herva e altri per la showcase Wo Land allo Spazio Alfieri. Non ho ancora date segnate per il 2014. 

Chiudiamo con la più classiche delle domande di chiusura. Prossimi passi? 

Mini-album a febbraio sulla mia label, su cassetta. Qualche remix nei prossimi mesi, tra cui uno per Bienoise del quale sono veramente contento e che suonerò anche live in futuro, credo. Poi niente, ne parleremo dopo l’esame di maturità, finito il mio liceo delle scienze sociali.

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12 Novembre 2013
12 Novembre 2013
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