Recensioni

L’onda chillwave che proprio dieci anni fa iniziava a formarsi (per poi raggiungere l’apice di visibilità durante l’estate 2011 con i dischi di Washed Out, Neon Indian e dei nostrani Casa Del Mirto) si è gradualmente spenta oltre quell’orizzonte balneare che spesso faceva da cornice alle estetiche del genere, tra tramonti in super 8, malinconiche spiagge West Coast e frequenti agganci alla retromania più nostalgica. Il più smart del giro (Alan Palomo/Neon Indian) ha saputo reinventarsi in formato funkettone (pur senza rinnegare il revival 80s nell’ottimo VEGA INTL. Night School), altri si sono avviluppati su se stessi, mentre altri ancora sono semplicemente spariti con il passare del momento magico. Poi c’è George Clanton, un ragazzone americano che ha vagato nel sottobosco glo-fi a nome Mirror Kisses (in coppia con Doug Sexton) prima di abbracciare completamente il credo della vaporwave sotto il moniker Esprit 空想 (virtua.zip, 2014). Pressoché in parallelo ha lanciato anche la carriera a proprio nome con l’album 100% Electronica, che tra le altre cose è anche il nome della micro-label che gestisce insieme alla sua attuale metà Lindsey French/Negative Gemini.
A tre anni di distanza da 100% Electronica, Clanton esce con un secondo album intitolato Slide che, con un po’ di fortuna, potrebbe diventare un nuovo “classico” del panorama glo-fi. Da sempre circondato da laptop, pads e loop station, l’americano centrifuga influenze con una certa originalità, senza mai perdere di vista l’organicità pop di fondo. All’interno delle dieci tracce che compongono l’album ad emergere in prima battuta sono sicuramente quegli elementi che tendono a spiazzare anche chi è solitamente avvezzo a certe sonorità. Stiamo parlando in particolare del comparto beat: i drumset di Slide sembrano infatti arrivare direttamente dalla downtempo new age degli Enigma o, negli episodi più dinamici, dall’era rave, con soluzioni che alternano ricordi house, breakbeat e madchester.
In questo senso l’iniziale Livin’ Loose è esemplare, con una apertura affidata a rintocchi vaporosi arricchiti prima da un lontano sax e poi da inserti vocali. Tra gli effluvi della memoradelia (cit. Patrick McNally) strumentale fornita dalle numerose stratificazioni emerge una melodia che cresce ascolto dopo ascolto. Nelle composizioni contenute in Slide c’è addirittura qualcosa – non lapidatemi – che mi ha ricordato i My Bloody Valentine di Loveless, non solo per l’attacco di Blast Off che non può non aprire varchi temporali verso To Here Knows When, ma anche per come vengono strutturati i “riff” (in questo caso principalmente realizzati via synth), ciclici e ondulatori a creare contrasti con il drumming cadenzato e quasi immutabile lungo i brani (l’ottima Make It Forever ma anche Monster). Altrove la title track è praticamente materiale da compilation chillout (o addirittura da Buddha Bar, senza la componente world-lounge), Tie Me Down include sentori quasi alt-rock, mentre, introdotta da tastiere che creano un particolare effetto cosmico, You Lost Me There si sviluppa poi in una sorta di pseudo-emorap (della serie “vale tutto”) trasfigurato dai Cure post-Disintegration (chimes comprese). Se su disco il mood è decisamente all’insegna del relax, sul palco l’approccio di Clanton è quasi punk, non troppo distante da quello dell’hypnagogic-hero John Maus.
Se di hypnagogic pop dobbiamo parlare, Slide è l’album che meglio e più di tutti sposta avanti di un decennio il concetto, dai canonici territori 70s e, soprattutto, 80s verso un mix di ricordi e sensazioni (mai) assimilate in tenera età in dormiveglia, con MTV acceso durante gli anni novanta.
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