• ago
    26
    2016

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Caroline Records

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Il nuovo corso dei Glass Animals sta tutto in quel singolo con Joey Badass pubblicato verso la fine dello scorso anno. Con Zaba e il suo tour di supporto si è chiusa la prima fase di carriera del quartetto di Oxford, due anni segnati da una forte attrazione verso l’esotico e una passione per l’art-pop dei Wild Beasts che ha sin da subito attirato l’attenzione di Paul Epworth, produttore discografico con all’attivo successi che vanno da AdeleFlorence And The Machine, passando per l’esordio dei Bloc Party. Sulla scia degli Alt-j, che hanno impiegato ben cinque anni per la realizzazione del loro disco d’esordio An Awesome Wave, i Glass Animals hanno disseminato una serie di EP (tra i quali spicca Leaflings, recensito in questa sede a ridosso della sua uscita da Riccardo Zagaglia) e concentrato tutte le loro forze su Zaba, un disco di debutto che ha venduto mezzo milione di copie in tutto il mondo e che risulta, ad oggi, un’opera coerente e compatta, elegante e concettualmente coesa. Un viaggio all’intero di una giungla sonora (quella di The Zabajaba Jungle di William Steig) affascinante e d’impatto, grazie ad un retrogusto pop che non guasta mai.

La prima testimonianza post-Zaba è proprio quel Lose Control con Joy Badass. Suoni più diretti, una veste meno vellutata e una dinamica precisa: uscire dalla giungla, dalla natura, per raggiungere un sound più metropolitano e allontanarsi dalla britishness dei concittadini Radiohead o dei Portishead per abbracciare l’America. How To Be A Human Being è il risultato di questo cambiamento, un cambiamento che con il primo singolo Life Itself si fa graduale. L’anticipazione del secondo disco dei Glass Animals infatti risente ancora di qualche influenza del debutto: l’effetto vinile, qualche percussione in aggiunta, ma è già più orientato al pop e meno all’art rispetto a quanto fatto prima. L’ottimo ritornello, uno dei migliori dell’intero disco, anticipa poi una caratteristica importante di How To Be A Human Being: il focus sul quotidiano, sulla vita di tutti i giorni. Il quotidiano emerge in versi ironici come «I can’t get a job so I live with my mum» e dalle linee melodiche di Dave Bayley, che è con molta probabilità il maggior artefice del cambiamento di sound della band, essendo originario del Texas e amante sin dall’adolescenza dell’hip-hop d’oltreoceano.

In effetti, How To Be A Human Being suona molto più “americano” rispetto a Zaba. Se Life Itself Youth hanno qualcosa del passato, Season 2 Epidose 3, coi suoi suoni da videogame e il suo mood hip-hop/soul, e Pork Soda risentono del diverso approccio alla scrittura che la band ha messo in pratica: non partire dal computer ma da accordi e linee vocali, e, soprattutto, fare un album che contrastasse la pulizia radiofonica di un certo tipo di pop con saturazioni e “rumori” registrati e creati appositamente per tradurre un caos che riflettesse il quotidiano. La maestria del quartetto non si può discutere, così come la sfida costante che i ragazzi amano affrontare: equilibrare l’immediatezza con la sperimentazione, le forme alternative di espressione con l’esigenza di un pop mai fine a se stesso.

C’è un problema in tutto questo. I Glass Animals perdono per strada la grazia che li aveva premiati in Zaba; certamente How To Be A Human Being è un disco più scarno, più facile da rendere live, problema che con l’album di debutto, eccezion fatta per qualche canzone come Black Mambo, nasceva nei concerti per i brani più trattati in studio, come Walla Walla. A parte questo però, al caos metropolitano di brani come Cane Shuga The Other Side Of Paradise è preferibile l’eleganza di Pools Gooey. Il secondo disco dei Glass Animals è un album che fa il suo lavoro distanziandosi dall’esordio sulla lunga distanza e aprendo a quell’hip-hop soltanto accennato nei precedenti episodi. Non si può rimanere bloccati nella giungla per sempre ma, una volta fuori, non è detto che quello che hai davanti sia più bello di quello che hai lasciato alle spalle.

26 Agosto 2016
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