• Apr
    07
    2017

Album

Rockathon

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A sentire Robert Pollard, questo sarebbe il suo centesimo album tra quelli del gruppo, la decina di progetti paralleli e i dischi da solo: una scorsa rapida alla discografia ci dice che forse sono 98, al netto di qualche EP (parecchi anche quelli) dal dubbio status e comprendendo i QUATTRO (4) cofanetti di inediti (ognuno con 100 – cento, esatto – canzoni), ma restano numeri davanti ai quali i fan di Scott WalkerPeter Gabriel piangono calde lacrime di invidia (o magari ringraziano sollevati, dipende), numeri che vanno celebrati.

Il disco è il secondo di questa terza fase della band, riesumata da Pollard a soli due anni scarsi dalla fine di quella precedente (sei dischi in tre anni), la quale non aveva soddisfatto del tutto pubblico e critica, benché comprendesse i membri storici. E nemmeno il primo disco di quella nuova, registrato interamente da Pollard, aveva fatto gridare al miracolo. Nel frattempo, però, la formazione che suonava live è diventata quella del gruppo, e l’interazione con i nuovi musicisti ha prodotto buoni frutti, visto che i nuovi non si limitano ad accompagnare il leader (o a prendere qualche voce guida ogni tanto) ma variano e arricchiscono l’insieme sia come suono sia, come un tempo Tobin Sprout, contribuendo alla scaletta con un totale di sette canzoni.

Così, visto che anche Pollard è in forma, si può celebrare la ricorrenza con un doppio (almeno su vinile) che presenta in versione ispirata il classico circo stilistico della band, che tutto prende, filtra e rielabora secondo la sua sensibilità informale ed ironica, in equilibrio tra il credere veramente in ciò che si sta suonando e un velo di consapevolezza di star giocando con il balocco della canzone. C’è infatti di tutto: in un humus generalmente indie fine ’80 inizio ’90 (dove i Nostri sono cresciuti), con un velo di sgangheratezza che sarà anche dei Pavement e qualche melodia Hüsker Dü (la Overloaded di March e altre), si spazia da momenti di pesantezza hard rock/stoner (Generox Gray, nella quale irrompe un organo che introduce perfettamente la falsa dance della successiva When We All Hold Hands At The End Of The World, o We Like The Sun, o i QOTSA di Circus Day Holdout) ai due brani scritti da Gillard in stile Jesus and Mary Chain (Goodbye Note e Deflect Project, questa con tocchi angular), da doo wop e valzerini degenerati (Warm Up to Religion, The Possible Edge) al glam maleducato di Keep Me Down, dalle voci TV on the Radio di Sentimental Wars agli Wire di Packing The Dead Zone. Poi ci sono Shue che passa dalla jam notturna di Chew the Sand all’indie-twist di Absent the Man, e i momenti acustici/lenti che vanno dai riverberi di Fever Pitch ai cambi di tempo e di dinamiche di West Coast Company Man (tra Pearl Jam e XTC), al country notturno con chiacchiere di sottofondo Upon The Circus Bus, a una Whole Tomatoes il cui pathos viene sabotato da una seconda chitarra scomposta e dall’enfasi con cui Pollard ripete “Tomatoeees…”, fino a Golden Doors, che pare un demo di Bowie del ’71 (una sorella di The Shadow Man).

Una festa in cui non ci si annoia, anche perché, come di consueto, la durata media delle canzoni è bassina (non come i Minutemen ma la scuola è quella). Se tra i suddetti cento titoli se ne volesse scegliere uno ogni tanto, questo potrebbe essere un candidato serio.

15 Maggio 2017
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