• Mag
    19
    2015

Album

4AD, RVNG Intl.

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Dopo la sbornia di retromania che ha caratterizzato l’intero decennio precedente, gli anni ’10 sembrano, dopo un lustro, aver imbracciato con convinzione e autorevolezza alcune istanze chiave della cultura degli anni ’90. Un rinnovato approccio ultra “crossoverato”, multidisciplinare e accelerato cerca di fornire nuovi sguardi e implicazioni riguardo al dualismo intimità/tecnologia, e dunque un filo rosso che lega Aphex Twin, Autechre, Chris Cunningham e la Björk da Mark Bell (LFO) ai Matmos, sembra riemergere e ricollegarsi a un mulinello di producer accasati Tri Angle e RVNG Int che ha dato voce a Arca (poi esploso con Xen e finito a co-produrre il nuovo album dell’artista islandese Vulnicura) e a Holly Herndon, artista concettuale che già con il debutto Movement (del 2012) si era cimentata con la polpa della questione: il dualismo umano/macchina aggiornato Millennial.

Il suo Platform, che segue a tre anni di distanza quel lavoro (e già sulla carta si presta ad essere uno dei dischi che caratterizzeranno il 2015), ne rappresenta la naturale evoluzione, sia in senso (hip)pop, nel senso di potabilità del prodotto (che si interroga sul concetto di prodotto stesso), sia all’interno di un contesto che annovera le più urgenti istanze della musica prodotta dopo Far Side Virtual: la punta HD della rappresentazione virtuale e virtualizzata della realtà, ovvero il giro di Fatima Al Qadiri/Dis Magazine (chiamala se vuoi accelerazionismo), la corrente magmatica e nervosamente chiaroscurale capitanata da Alejandro Ghersi/Arca e, in un certo senso, anche la power ambient ad infrarossi del giro Ben Frost.

Nella nuova prova la voce è nuovamente – e più che mai – al centro di un discorso di essenza e trasfigurazione digitale, dialettica che la compositrice di stanza a San Francisco intente portare avanti a partire dai picchi sperimentali di Björk (Unequal), con una sostanziale differenza: laddove l’arte dell’islandese nasce e ritorna in naturale ricongiungimento con la terra natìa, la rappresentazione della compositrice americana lievita in uno spazio ascensionale e sospeso di apolide spiritualismo laico, inevitabile portato di un’osservazione Asiatisch non più possibile senza le interfacce del digitale.

E’ su questa precisa distinzione di approccio che il pop della seconda viene letteralmente aspirato, sminuzzato, giocato in un virtuale tavolo da ping pong 3D, HD (ora 4K ecc.), purché il taglio eterodosso delle due rientri in un comune sostrato 90s multi-tutto, fondato sul dialogo tra personalità provenienti da estrazioni artistiche e culturali differenti. Il titolo dell’album, Platform, fa infatti riferimento alla teoria di Benedict Singleton, accademico e designer che predica la costruzione di spazi deputati al dialogo (lui le chiama piattaforme) in cui la gente possa comunicare e interagire in modi differenti, al fine di trovare soluzioni innovative ai problemi propri e del mondo. Un modo pragmatico per sottolineare che non esiste una prescrizione unica per il futuro dell’umanità, ma un qui ed ora di problem solving. Per la Herndon queste relazioni si districano a partire da un simbiotico rapporto tra sé e la tecnologia, e trovano naturale compimento in una rete di collaborazioni con spiriti affini (alcuni di loro non sono sfuggiti agli art director del CTM) come Colin Self dei Chez Deep, l’artista concettuale Spencer Longo, l’artista e programmatrice di stanza a Berlino Claire Tolan (anche lei focalizzata sul binomio uomo-macchina), il marito Mat Dryhurst, il soprano di formazione classica contemporanea Amanda DeBoer (membro del Ensemble Dal Niente) e il producer Amnesia Scanner (anche lui incentrato su un’estetica ultra HD sulla scia di R Plus Seven).

Da questi scambi nasce un disco più coeso e compiuto del solipsistico Movement – che, se aveva un difetto, era proprio quello di non trovare sempre mature exit strategy tra approccio ultra concettuale e una inevitabile frammentarietà. In Platform, inoltre, la Herndon prende le distanze da un comodo arty act compatibile con i festival elettronici attorno al globo, eventi apertamente criticati in alcune recenti interviste (vedi Wire di aprile). Ogni traccia riconoscibile del suo passato (remoto) berlinese (leggi: tutto un portato techno con scala di grigi e spleen annessi e connessi) viene dunque messa da parte, in favore di un’accessibilità organica, lievitante e quindi mai completamente afferrabile, in continuità con le origini di un percorso artistico musicale. Pur ultra computerizzate, le voci del disco parlano una bianchissima lingua gospel (vedi anche la Dilato, che concludeva il debutto), un ricongiungimento, se vogliamo, con il coro della chiesa nella quale la Herdon cantava quando ancora abitava nel Tennessee.

Il trasfigurato tecnologico viene generalmente preso in cosiderazione come un tutto, anche se non mancano i fuori programma come il declamato e il field recording à la Matthew Herbert di Lonely At The Top, scritta in collaborazione con Claire Tolan, che prende spunto dai numerosi video ASMR pubblicati su YouTube per fare del sarcasmo sul mondo dei top manager e dei David Guetta. Altrove, in una traccia come Locker Leak scritta con Spencer Logo, va in scena una serie di tweet e altre futili “sculture di parole” da social media, mentre in Chorus è l’esperienza di navigazione della Herndon a fornire la base dei suoni poi elaborati al laptop (emblematico il video di Akihiko Taniguchi).

Del resto il disco, secondo la nota stampa, parla di «stati di sorveglianza», ovvero dell’NSA, ma anche di diseguaglianza sistematica e neofeudalesimo, e di come «più ci si immerge nelle interfacce e nelle app di internet e più si diventa vulnerabili», soggetti al bullismo di nemici riconoscibili e altri più subdoli. E’ il rovescio della medaglia del mondo che la Herndon intende rappresentare in un tutto organico che comprende, alla fine, più il bene che il male. E non è un difetto: se vogliamo questo disco rappresenta una risposta, secondo una sensibilità sempre arty ma al femminile, al Far Side Virtual di Ferraro e al R Plus Seven di Lopatin.

11 Maggio 2015
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