Recensioni

7.3

Alle volte capita che mi ritrovi a metter su Zeno, quasi d’impulso, solitamente quando ho bisogno di quiete e la ricerco in un suono ovattato, che non conosce spigoli, che non ricerca scontri. Il primo disco de I Quartieri era e rimane un gioiello di perfetto equilibrio tra forma e sostanza, fra testi ricercati e arrangiamenti intelligenti, sempre nel segno di una morbidezza urbana che ha reso la band di Fabio Grande l’unica e degna erede di quella scena romana anni ’90 ormai lontanissima – e vorremmo dire purtroppo – dalle nuove leve, dirette verso lidi decisamente più easy listening.

La loro abilità nelle melodie corpose e nelle strutture sonore viene ampiamente riconfermata in ASAP: un titolo volutamente autoironico per chi ha impiegato sei anni per fare un disco, nel 2019; quasi un fatto antistorico in un momento in cui il gradimento immediato, l’ovvietà e la semplificazione la fanno da padrone. Ma I Quartieri dimostrano finalmente come la fame da hit sia qualcosa di inutile e dannoso al vero pane quotidiano del cantautorato. Fabio Grande, Marco Santoro e Paolo Testa si sono presi del tempo, lontani da una retorica tossica e innaturale e hanno fatto benissimo. ASAP è un lavoro maturo, un disco pop nel senso più alto che questo termine oggi può rivestire: canzoni ben scritte, ottimamente orchestrate, che vivono la loro contemporaneità senza il terrore di non essere capite. Il pop qui è lo spazio e il tempo, il nostro, quello dei Quartieri, che diventa quello di tutti. C’è una ricerca quasi letteraria nella scelta del bell’italiano cantato da Fabio Grande, la cui voce liquidamente solida, racconta di assenze e rabbiosi smarrimenti.

Rispetto all’ep Nebulose e al primo album Zeno, questo nuovo disco presenta un carattere più aspro, una corteccia là dove c’era un cuscino. Dagli arrangiamenti, più scarni e diretti, alla durata dei brani, più brevi e apodittici. I Quartieri ci regalano la batteria che inciampa, le chitarre dimensionali, quasi shoegaze, i cori in levare, un’attitudine che pesca dal brit pop senza però voler scimmiottare questa o quella grande band. I Quartieri sono italiani in tutto, nel suono, nell’intendere la struttura di un disco, nella strumentazione, negli effetti, li riconosci, e senti gli odori del Nomentano, di Prati, e Trastevere. I versi distesi scritti da Grande, immersi in quel modo di portar la voce che sembra vivere in un letargo acquatico – dolcissima e solenne – ,  vivono di una bellezza propria delle cose semplici, del bell’italiano, della quotidiana normalità dei suoi attori.

La titletrack è una dichiarazione d’intenti con la sua immersione elettrica, è il primo pezzo del disco, quello con cui scelgono di tornare a farsi ascoltare dopo sei anni.  Il brano abbraccia flashback sonici e speranze future unendo la maestria verdeniana di WOW e tutta l’ingegneria umana del Thom Yorke di In Rainbows. Col suo ritmo marziale tiratissimo, Siri, scritta durante la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare, fotografa l’arte della sopravvivenza e lo fa con un’invocazione quasi peccaminosa nel distacco che la band mostra dalla contemporaneità, la ricerca di aiuto affidata a un assistente digitale e ai suoi sottomondi inesplorati. Con quell’incedere liquido, timido e modesto, Vacanze su Marte è una ballata tanto attuale quanto lauziana, portatrice di una grande verità: quel “se non hai tempo, non hai niente” ripetuto come un mantra che non vuole convincere, tutt’al più suggerire una nuova visione delle cose, crea una memoria sospesa e rarefatta che precede l’attimo in cui crediamo ineluttabilmente a quello che I Quartieri ci stanno raccontando.

Non mancano i riff brucianti e le percussioni nevrotiche nella malinconia urbana di Balla balla damerino che scivola nel corpo notturno e downtempo di Vivo di notte, ballata densa e avvolta dal sapore della pioggia sulle strade di Roma. Se in Spiaggia Bianca, riproposta qui con un arrangiamento diverso da quello acustico del primo disco, rivela una flessuosa morbidezza nella sintesi elettrica della sua aneddotica amorosa, con la chiusura affidata a 6 e 45, i musicisti romani confidano un amore atavico per Battisti e i Radiohead, grazie ad accordi scheggiati, flutti di riverberi dorati e accenti gelidi.

Col tempo, con la pazienza di chi lascia crescere le proprie canzoni, i tre sono diventati esperti nello strappare un’energia pulita al proprio sound: ASAP dona otto brani – tutti a fuoco – che respirano le soluzioni armoniche di Greenwood, Sinigallia, Sparklehorse ma pure le linee sincopate e i beat cardiaci di Flying Lotus. Un lavoro questo che può offrire massima purezza e sincerità, approfondendo fino alle espressioni originarie tutte le caratteristiche che il pubblico ha apprezzato della loro musica, facendo in modo che ognuna di esse riesca a tirare fuori l’intera gamma di possibilità, fagocitate negli anni di silenzio.

Bello. Bello e grazie. Non ci sono parole più appropriate di queste due, le più nude, per dire a I Quartieri che il loro lavoro è ciò che più si avvicina all’idea di devozione, quella di tre ragazzi nei confronti del suono. E che ne avevamo davvero bisogno.

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