Recensioni

Ci sono dischi e momenti musicali a cui si finisce per ritornare sempre. Vuoi perché fanno ormai parte della storia e dell’immaginario di questa cosa che ci ostiniamo a chiamare rock, e ne continuiamo a sentire l’eco anche a tre/quattro decenni di distanza, vuoi perché ce lo ricordano anche gli altri anniversari, come le commemorazioni dei Joy Division, per cui l’Iggy Pop e il David Bowie degli anni cosiddetti berlinesi – e come per loro, per tantissimi di quella generazione – sono stati una sorgente creativa assunta quasi a modello (togliamolo pure quel quasi). E poi, per usare un termine caro alla critica letteraria, perché rappresentano dei cronotopi privilegiati per la narrazione, per il racconto di un momento di snodo nella forma del rock stesso, che con il punk e la new wave si è rinnovato in blocco, in maniera non meno radicale di come aveva fatto una decina d’anni prima e come probabilmente non avrebbe fatto più.
Nel caso di Bowie si parla di periodo “berlinese” per gli anni della proverbiale trilogia formata da Low, Heroes e Lodger. Per il suo complice e alter ego Iggy Pop sono i Bowie Years. Quelli di The Idiot e Lust for Life (che poi è soprattutto un anno preciso, il 1977). Con l’appendice di T.V. Eye Live 1977, gli album che hanno creato l’Iggy solista come lo conosciamo oggi. Più ancora che rilanciarne le quotazioni artistiche, che per la verità con gli Stooges mai erano state davvero in ribasso (ma tutto il resto sì), hanno dato finalmente avvio a quella seconda fase della sua vita musicale che fin lì era stata solo un accumulo di false partenze, sempre con Bowie più o meno in regia. Per il rocker americano quasi una seconda vita tout court: quei dischi e la collaborazione con Bowie in Europa lo hanno salvato letteralmente da una china pericolosa, e così da eroe di culto negletto e sotterraneo James Newel Osterberg Jr. ha cominciato a diventare, non da subito, la celebrità riconosciuta che è oggi. Un bel guadagno per lui, per un bel guadagno che ha fatto fare alla musica in generale.
Già, parliamo della musica. Gli anni “Bowie” di Iggy avevano avuto a dire il vero già un’anticipazione con Raw Power. Doveva essere il suo primo disco in solo e invece Iggy aveva riportato in vita gli Stooges per vederli dissolvere un’altra volta in maniera persino più clamorosa. Così come clamoroso era il risultato, un concentrato di violenza esplosiva e pura viziosità sonora da cui tutta l’intellighenzia punk inglese sarebbe andata a scuola, china a prendere appunti. L’amico-estimatore – e poi ispiratore-mentore-rivale nonché tante altre cose, insomma, Bowie – aveva mixato quell’inferno su tre sole piste, per alcuni rendendolo solo più potabile, per altri annacquandolo, almeno secondo le più oltranziste visioni di chi vi vedeva, per giunta a ragione, un saggio sul rock più estremo (o come Nick Kent, addirittura a posteriori un progenitore del thrash-metal).
È di Bowie e del suo chitarrista Carlos Alomar l’idea di base che dà il via a tutto The Idiot. Sister Midnight catapulta Iggy in una nuova veste di crooner robot alla guida di una funk band di androidi, altra dimensione rispetto al sulfureo rocker degli Stooges. Il professor James Osterberg, con l’aiuto e le idee di Bowie, della sua band e di un paio di musicisti francesi, Laurent Thibaut e Michel Santangeli, dà lezioni di new wave soprattutto ai giovani britannici. The Idiot diventa una specie di totem per alcuni di loro. I Joy Division che si agganciano naturalmente ad alcuni dettagli sonori, dal registro baritonale di Iggy al sound della batteria usato da Bowie in studio allo Château d’Hérouville per trafficare con uno dei primi harmonizer disponibili sul mercato, aprendosi anche il campo per le sperimentazioni di Low. Ma potremmo tirare in ballo pure la sprezzatura acida e cinica dei PIL come futuro immediato di Dum Dum Boys, percepire il feeling del rock industriale di Killing Joke e, molto più tardi, Nine Inch Nails nella pesantezza ossessiva di Fun Time nonché una sorta di goth rock ante litteram (anche questo movimento deve molto a The Idiot): ancora Joy Division, Bauhaus e quanti gruppi dark penderanno dalle labbra di una Mass Production e delle sue atmosfere post-Roxy Music.
Di Berlino, dove l’album fu soltanto mixato agli Hansa Studios, c’è il profumo di cabaret espressionista e la sensazione di trovarsi in un limbo di confine, in questo caso tra il rock del passato e quello del presente/futuro. Persino il più classico tempo blues, lo shuffle, scandito dalla drum machine di Nightclubbing prende un tono alieno, o anche il jazz di Baby, persi entrambi in vortici di dissonanze e suoni distorti e sintetici. Lavoro ipnotico come pochi, nonché piuttosto compatto, con China Girl a distinguersi come il momento pop, una canzone d’amore con visioni controverse e suoni tra il seducente e il distopico. The Idiot opprime come un incubo e sfugge come un enigma. Molto, molto più claustrofobico e appena meno futurista del Low di Bowie, uscito prima ma registrato dopo, per cui il disco di Iggy servì da prova generale. Il che avrebbe attirato poi delle critiche a Bowie, così come certa stampa si ostinò a bollare Iggy come una sorta di protegé per non dire peggio.
E anche per questo lui, che per The Idiot si era calato improvvisando molto in un lavoro collettivo diretto dall’amico, fa in modo di tenere più saldo il timone delle operazioni quando si tratta di creare Lust for Life, che non a caso ha un feeling molto più rock. Proprio rock americano mentre quello di The Idiot era sì rock ma europeo, compresso e professorale, rigido nel portamento (più kraut che yankee se banalizzando un po’ ci capiamo) anche se più fantasioso a livello di soluzioni sonore. Nel complesso intreccio di scambi e parallelismi che caratterizza la collaborazione quasi simbiotica tra queste icone dei nostri tempi, Lust for Life in comune con Heroes ha forse una cosa, le canzoni che hanno fatto breccia anche nel grande pubblico. Ma nel caso di Iggy con molto, molto ritardo sulla tabella di marcia. Parliamo naturalmente della title-track, con quel suo inconfondibile ritmo boogie (di cui noi quarantenni ricordiamo soprattutto il revival all’epoca di Trainspotting), e di The Passenger, diventata un grande classico a scoppio ritardato – addirittura lato B di Success in un singolo che non ebbe nemmeno la fortuna sperata. Scritto in modo molto più sciolto insieme a Bowie, al chitarrista Ricky Gardiner e alla sezione ritmica dei fratelli Sales, Lust for Life suona inevitabilmente anche un po’ più convenzionale. L’osmosi più forte con i lavori contemporanei di Bowie si ha con la guizzante Tonight, laddove il lato B tra sentori r&b e soul presenta qualche passaggio ridondante (Turn Blue – meglio nelle versioni live) ma riguadagna efficacia e incisività con il groove semplicemente rock di Fall In Love With Me (che sa più di Velvet Underground che non di rock tedesco, così influente su The Idiot).
Success suona più come un commento ironico che una profezia autoavverante. Mollato dalla RCA che aveva altre priorità (la morte di Elvis…), Iggy chiuderà il contratto con un disco dal vivo – T.V. Eye – piuttosto discontinuo. Alla ricerca (difficile) dell’equilibrio tra il rock ruspante e la sperimentazione, è curioso che i brani un po’ svigoriti siano proprio Funtime e Nightclubbing; il synth di Bowie non sta affatto male su cavalli di battaglia degli Stooges come T.V. Eye e Dirt ma I Wanna Be Your Dog perde un bel po’ del suo impatto distruttivo. The Bowie Years aggiunge le registrazioni di altri tre concerti del marzo 1977, tenuti a sette giorni di distanza uno dall’altro: una data al Rainbow (un po’ penalizzata dal suono), l’intero show di Cleveland da cui era stato tratto in parte T.V. Eye (che anche per questo ha il suono migliore di tutti e tre) e un set ai Mantra Studios di Chicago. Scalette molto simili, eppure bisogna dire che nell’insieme restituiscono la dinamica di un concerto della band (ricordiamo: Iggy alla voce, Ricky Gardiner alla chitarra, David Bowie al piano e ai sintetizzatori, i fratelli Tony e Hunt Sales rispettivamente basso e batteria) un po’ meglio del live ufficiale dell’epoca. Permettono di allargare il quadro e la scaletta del disco pubblicato nel 1978, costretto anche dal formato del singolo LP.
Interessante Gimme Danger nella nuova versione, curioso e un po’ paradossale l’arrangiamento di No Fun, più educato e danzerino proprio mentre i Sex Pistols cercavano di emulare la carica nichilista e dissacrante dell’originale stoogesiano. Con il tempo Iggy sarebbe diventato sempre più entertainer e sempre meno agent provocateur estremista. E poi lui era punk dieci anni prima dei punk, ora poteva serenamente passare il testimone ai più giovani e diventare adulto. Restituito comunque alla scena, adottato dai punk come maestro e fratello maggiore, capace da allora di crearsi un percorso magari non eccelso ma regolare (ritroverà anche Bowie nell’86 per Blah Blah Blah), dal tandem con Bowie è uscito con un capolavoro (The Idiot), un altro dei suoi dischi più importanti (Lust for Life), un presente e un futuro. Che oggi può godersi producendo documentari sul punk (dunque su se stesso) e vivendo meritatamente di rendita. Ma non gliene vogliamo, e se avesse anche pubblicato solo questi dischi oltre a quelli degli Stooges, noi appassionati di rock avremmo avuto tantissimi motivi per volergli bene ugualmente.
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