Recensioni

Tutt’altro che novello nel campo delle soundtrack – soprattutto per videogiochi, vedi OlliOlli 2 e Laser League – Ital Tek ritorna su quel solco per il nuovo album Bodied. Già nel precedente Hallowed (2016), che proseguiva un allontanamento dai ritmi footwork, jungle e bass music nelle più svariate declinazioni, Alan Myson andava perfezionando sempre di più il suo ingegno ambient, non spiccando per particolare sagacia o inventiva, eppure mostrando ancora mano ferma e sguardo attento sulle novità (anzi, sui fenomeni revival). Già allora parlavamo del producer di Brighton nei termini di un’artista molto più abile a tenersi in scia, piuttosto che ad anticipare e guidare filoni: non fa eccezione questo sesto lavoro sulla lunga distanza.
Bodied rappresenta (o almeno dovrebbe) per Myson una certa svolta, che fa da quadra alle riflessioni atmosferiche già sviluppate tempo addietro; tuttavia, nel quinto album c’erano sì incursioni chamber, dilatazioni e l’instancabile fascino per l’analogico (questione che già da qualche anno tiene botta soprattutto tra i connazionali, vedi Blawan, Holden, Mumdance, ecc.) ma il lato ballabile non restava comunque sguarnito. E laddove i riferimenti non sembravano così complicati da scovare – Jon Hopkins, per dirne uno – l’assenza di una evidente coltre di nostalgia poteva giocare come punto a favore.
Non stavolta. Bastano i primi cinque secondi di Adrift e subito viene in mente l’inizio del 21esimo secolo, la Tyrell Corporation, Replicanti, unità speciali, ritiri e chi più ne ha più ne metta. Non c’è poi molto da aggiungere: il resto del lotto, nient’altro che l’ideale colonna sonora di un film immaginario retro-futurista, scorre tutto sulla falsa riga di un wannabe Vangelis, tra bordoni di synth, tinte sci-fi, droni spettrali, kicks autorevoli a fare da stop & go, riverberi disorientanti e tutto ciò che potreste aspettarvi da un fanatico di Blade Runner pronto a mettere mano sui modulari e a rendere il proprio omaggio. Per carità, la classe non manca e non serviamo certo noi per confermarlo, ma tra tanta tecnica e poche – vere – idee ci si perde con confusione nei meandri di un’opera fin troppo reverenziale.
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