• mag
    06
    2016

Album

Polydor

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Anche stavolta non siete riusciti a non farcelo piacere. Vorremmo tanto prenderlo in castagna, fare la parte di quelli molto attenti che non mancano di bastonare eccetera. Davvero. Ma qui, scavalcando il gusto del singolo (e vi assicuriamo che proprio non è che ci ammazziamo per le robe mosce), non si può più guardare a ‘sto ragazzo senza vedere un autore nel pieno della maturazione, completamente a proprio agio (con cosa, con tutto), perfettamente calato nella parte del cantautore-produttore che è. Del cantautore urbano, metropolitano e composto, che canta un gospel molto bianco, miagoloso, che usa il piano, che usa le interpolazioni e le sintesi dell’elettronica. Ci sono dei beat (minimi), c’è la voce tornita bonsai dall’autotune e pitchata a ricordare le cose carbonare e divertite di Harmonimix. Ma c’è soprattutto la sapienza nel vestire dei timbri giusti quelle linee melodiche, quei saliscendi, quei momenti in cui l’esposizione si spoglia discreta – ma quale loudness war, Rick – del pop e scopre una natura intimamente ossessiva, la migliore delle forme dell’espressione possibili per dire dell’amore e del disamore: No longer her, no longer, no longer her, no longer.

Romantico ma austero, cameristico, anche se introdotto da una copertina abbastanza Corto Maltese (e allora scritto forse da Salgari e non da Pratt), James prosegue il discorso dei due album precedenti affinandone la formula per stilizzazione. Senti mezza nota e lo riconosci. Allo stesso tempo, sorprende la facilità con cui aggira il rischio della ripetizione-come-noia nello sviluppo dei pezzi, che pure sempre attorno a quelle due idee in croce ruotano, in un disco comunque lungo (forse quel pelo in più del necessario). Sono pochi elementi, condensati in pochi tratti, animati da movimenti minimi, gestiti con una classe che parrebbe di uno che è musicista da una vita.

Il track by track lo lasciamo ad altri dischi. Però. Diciamo che Radio Silence potrebbe essere sul serio la sua Perfect Day. Che Love Me in Whatever Way è una clamorosa ballata strappalacrime. E che, via così, anche nei brani più a rischio monotonia o comunque a impatto minore, c’è sempre – semprequello spostamento di quella virgola che riaccende tutto. E se sono trucchetti, non sono però maquillage sonoro da produttore, ma mestiere del cantautore classico. E se Noise Above Our Heads è il riempitivo fatto in cinque minuti in pilota automatico, e se Two Men Down è tipo un Michael Bublé indie: ma di che stiamo parlando.

Puntino sulla “i”: siamo contenti di vedere qui assieme Blake, Ocean e Vernon (belli entrambi i pezzi), se duecento anni fa – era il 2012 – parlavamo di una musica da “pubblicità della Swatch” o da “negozi Stefanel” che aveva le radici negli anni Novanta del trip-hop e metteva assieme gente diversissima ma tutta accomunata dalla riscoperta dell’anima soul del pop, infilando la teoria “Bon Iver, Clams Casino, James Blake, SBTRKT, The Weeknd, Jamie Woon, Frank Ocean”. Ancora nessuna traccia invece – e l’aspettavamo già sul secondo album – delle chiacchierate collaborazioni con Kanye West. E vabbè. Chiusa parentesi.

Quanto sei lamentoso, James? Un sacco. Quanto insopportabilmente pulito, pulitino, perfetto, perfettino. E un colpo però, appunto, non lo sbagli. James Blake è un nuovo grande autore della musica popular e dobbiamo fare i conti con questa cosa. Magari, in futuro, anche nel male. Per adesso no.

12 Maggio 2016
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