Recensioni

8

L’artista più hypato del 2011 – amato, osannato, odiato, snobbato – continua il suo percorso di cantautoralizzazione dell’elettronica post-dubstep.

È il secondo difficile album eccetera, e Blake svolge il compito facendo definitivamente dei modi dell’esordio stile. Ancora canzoni ridotte all’osso, ancora qualche tocco di piano, qualche tastiera fuzzata e satura, sottili scheletri elettronici (del dubstep resta solo il taglio arty disegnato dai lavori pre-album). Sono lacerti di canzoni – la sensazione è quella del ritornello infinito; del loop vocale, anche se cantato; dell’a cappella, anche laddove non c’è la voce sola – ma perfettamente impaginati, con quei saliscendi morbidamente spigolosi ormai veicolo di una cifra autorale e interpretativa cristallina, sempre a un passo dallo sdilinquimento, ma mai oltre. La voce è in chiaro, nessuna vocoderizzazione alla Imogen Heap (vedere Unluck e Lindisfarne nel primo album), se già quel falsetto è di per sé alterazione, trasfigurazione, firma.

Blake è solo se stesso, nonostante tutti gli influssi del mondo esterno intellegibili, a partire dalle lyrics, con l’intreccio musica-successo-relazioni (I don’t wanna be a star / But a stone on the shore / Long door, frame the wall / When everything’s overgrown / But what she really really wanted was my rights in the rooms / And I wouldn’t understand that I would try to play along; sintetizza l’epica title track in apertura). Dai generi e dagli stili tirati in ballo (l’r’n’b TLC di Life Around Here; l’hip hop via rappato di RZA di Take a Fall for Me, con un sample MobyPlay a puntellare le strofe; il ragga stilizzato Africa Hitech di Digital Lion, prodotta da Brian Eno; la disco-house virata glitterbeat-schaffel di Voyeur; il fantasma Jeff BuckleyHallelujah di To the Last). Dal lavoro di gestazione del disco, concepito – pare – con advisor emblematici come Kanye WestBjörk e ovviamente Bon Iver. Ecco, di tutti i diversi mondi musicali incarnati da questi artisti Blake riesce a fare sintesi, rendendoli leggibili ma sempre e solo in trasparenza, come aroma, retrogusto, sfondo. In primo piano c’è solo lui con la sua creatura, questo gospel post-qualcosa, sempre più umano, sempre meno androide, sempre meno post- in fondo (DLM, con quel misto di chiesa e di Natale, come già per Measurements).

Dimenticate l’hype, dimenticate i live un po’ dimessi e assai meno cesellati rispetto alle registrazioni, gli EP per battere il ferro ancora caldo, i dj set interrotti dal tasto eject del player, i divertissement firmati Harmonimix. Qui c’è un autore riconoscibile e solido che non pretende da se stesso meno di quello che può dare. Per capirci, quel capolavoro che è il singolo Retrograde è tutto tranne che una perla isolata. Non c’è un pezzo fuori posto, non una nota in più, in questo disco se non amaro sicuramente amareggiato, gloomy, che sembra lasciare da parte, nonostante la carica soul, quelle aperture oltre la nebbia che si ravvisavano nell’esordio.

Blake è cresciuto, ma non troppo, adesso è semplicemente maturo. Oltre la linea d’ombra.

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