• Giu
    22
    2018

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Young Turks

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Gustav Mahler, durante la sua carriera, ha dovuto incassare sovente le critiche dei suoi contemporanei. Lui, direttore d’orchestra ma ancor più valente compositore, è stato tacciato per tutta la vita di essere sì un grandissimo domatore di orchestre, ma con composizioni che soffrivano «di eccessivi effettismi desunti proprio dalla sua pratica direttoriale». Reazionario rispetto ai suoi contemporanei per estrazione, formazione e per motivi anagrafici, non appoggiò nessuna corrente sperimentale ma, allo stesso tempo, i rivoluzionari (Schönberg e Strauss furono suoi strenui difensori) difendevano accanitamente la sua produzione. Si dovette attendere gli anni Sessanta (cinquant’anni dopo la sua morte, quindi) perché la produzione di Mahler venisse rivalutata dalla critica ed eseguita su larga scala dalle orchestre di tutto il mondo. Sì, ma perché fare questa lunga digressione su Mahler nell’introduzione della recensione del nuovo lavoro di Kamasi Washington? Per sciogliere qualsiasi nodo e dubbio, non stiamo mettendo sullo stesso piano, dal punto di vista tecnico, i due compositori: li stiamo confrontando sul piano mediatico e sul loro rapporto con i contemporanei, siano musicisti, critici e, perché no, hooligans da forum della musica. Per analizzare e discutere quindi il fenomeno Kamasi Washington, sarebbe il caso di scindere il musicista – e quindi valutarlo su quello che effettivamente produce, e lo faremo – dal ruolo di (passateci il parallelo) “divulgatore scientifico del jazz”, aspetto secondario solo di facciata.

Partiamo dall’ultimo punto: il divulgatore Washington è il grimaldello perfetto a disposizione delle nuove generazioni per scardinare la serratura del polveroso forziere del jazz, la musica dei padri. Come un novello Neil deGrasse afro e in caftano, Washington si insinua nei dischi di Kendrick Lamar, Flying Lotus, Thundercat e Run The Jewels, abbellendo i muri di flow e groove con arrangiamenti nobili, sparando bordate sonore alla bisogna, citando i maestri e spingendo i neofiti all’ascolto o al ripescaggio di John e Alice Coltrane e Pharoah Sanders. Come valutare, se non benissimo, il divulgatore Washington, capace di far avvicinare migliaia di ascoltatori al jazz? Chapeau. Ma dove finisce il divulgatore e dove inizia il musicista? Semplicemente non si sa, ed è qui che iniziano i “problemi”. Autore nel 2015 di quel The Epic acclamato e chiacchierato in egual misura da stampa e pubblico e la cui eco giunge ancora forte alle nostre orecchie, Washington è riuscito con quel mastodontico triplo vinile a creare una breccia nelle convinzioni dei jazzofili e a far nascere una discussione tra i puristi della prima ora e i neofiti, dividendo l’opinione in schieramenti da tifo calcistico. Nemmeno l’uscita dell’Ep Harmony of Difference nel 2017 aveva messo d’accordo tutti (figuriamoci!), dividendo come il suo scomodo predecessore, fan e critica.

Quello che è emerso in tutti questi anni è che si sia preferito valutare il personaggio piuttosto che i suoi dischi, distogliendo l’attenzione su quello che conta veramente: la sua musica. Infatti Heaven and Earth, nemmeno uscito, già suscita gioie e mal di pancia, e questo, purtroppo, un po’ ce lo aspettavamo. Partiamo da un fatto molto semplice, lapalissiano quasi: Kamasi Washington non è Coltrane (nemmeno una sua versione 2.0), non è Pharoah Sanders e non è Alice Coltrane; crea un immaginario simile, sfrutta un linguaggio affine però totalmente disinnescato della potenza sociale e dall’urgenza comunicativa che animava invece la New Thing, ammantandosi di una spiritualità solo di facciata. Spiritual Dis/Unity, per rettificare Ayler. È un reazionario camuffato da rivoluzionario, in cui la forma conta più della sostanza, delle composizioni, ed Heaven and Earth è forse la summa del suo non-pensiero musicale, negazione delle Meditations di Coltrane.

Diviso in due sezioni (Terra e Cielo) per un totale di due ore e mezza, Heaven And Earth è una continua iperbole, una serie di effetti speciali per nascondere, in alcuni casi, una preoccupante carenza di idee: basti pensare alla iniziale Fist of Fury, citazione del famoso tema dell’omonimo film di Bruce Lee in cui per nove minuti e rotti, si insiste sulla costruzione di strati su strati di arrangiamenti trasformando una potenziale idea accattivante, in un ipertrofico delirio. O ancora in Hub-Tone (la rivisitazione di quella di Freddie Hubbard del 1962), in cui il Nostro soffoca di percussioni e ghirigori una composizione che in origine era efficace e che risulta in questa veste un po’ spuntata e senza mordente. È proprio negli effetti pirotecnici che Kamasi sembra soffrire un po’ del complesso di Mahler (per chi lo cercasse o per gli ipocondriaci, non esiste è pura fantasia), solo che il Titano di Kalischt, da navigato direttore d’orchestra quale era, disegnava tali effetti a supporto di una scrittura di incredibile levatura e per renderla più efficace, mentre Washington lo fa per occultare una scrittura, in numerosi casi, poco più che mediocre: come nell’esempio di One of One e di Tiffakonkae, in cui si ha la sensazione che tutta questa ariosità nelle scelte spenga un po’ il respiro vitale del tema centrale. Tranne Testify (con una enorme Patrice Queen) e Can You Hear Him, la sezione “terrestre” di Heaven and Earth si chiude con pochissimi bagliori e tanti, tanti dubbi.

«Il lato celestiale rappresenta il mondo come lo vedo dall’interno, il mondo che è parte di me», e in questo lato qualcosa di buono si vede, sin dalla coltraneiana (sponda Alice, questa volta) e delicata The Space Travelers Lullaby, con un emozionante crescendo, e la latineggiante Vi Lua Vi Sol (l’apice dell’intera opera), con i suoi richiami alla scrittura di Kip Hanrahan, uno dei più geniali e sottovalutati compositori del secondo Novecento americano. C’è anche spazio per il divertissment di Street Fighter Mas, piacevole intermezzo in odor di retrogaming, prima della volata composta da The Psalmnist (ancora Coltrane), Show Us The Way e Will You Sing, gigantesco epilogo corale di Heaven and Earth. Alla fine delle ostilità, Cielo batte Terra due a zero.

Nonostante lo scatto di reni nella seconda sezione del disco, che lo rimette un po’ in carreggiata, Heaven and Earth non riesce purtroppo a convincere del tutto, anzi non fa che far accrescere i dubbi su un musicista ed esecutore certamente dotato tecnicamente, ma con qualche pecca come compositore. Secondo il grandissimo musicologo Guido Salvetti, «Mahler rappresenta il più complesso caso di inattualità» e lo stesso, con le dovute differenze, si può dire di Kamasi Washington: attualissimo come personaggio ma inattuale soprattutto rispetto ai suoi competitor (un nome su tutti: Shabaka Hutchings), rispettosi del passato come lui certamente, ma aperti a tutti i tipi di contaminazione e proiettati verso il futuro e oltre. In questo senso, Kamasi Washington è una sorta di Navigatore della Gilda Spaziale: andato troppo indietro nel tempo, è rimasto imprigionato, diventando totalmente cieco alle strade del presente e impossibilitato dall’uscire dal loop di sentieri già tracciati dai maestri del passato.

22 Giugno 2018
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