• apr
    14
    2017

Album

Interscope Records, Aftermath, Top Dawg

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Chiaro che DAMN. verrà incensato da chiunque e in ogni dove. Certo, è perfino troppo facile dire e scrivere che questo disco è un bel disco. Un po’ più complesso – ma magari anche più interessante e necessario – è provare a capire PERCHÈ lo sia. In Italia, al solito, la faciloneria e la mancanza di sbattimento nell’analizzare regnano sovrane, e ad oggi è impossibile reperire qualcosa di leggibile. Tra breviari di web marketing spicciolo, disastrose sbragate misinterpretative scritte da chi evidentemente non ha letto neanche un testo (e allora di che cosa parliamo, in un disco hip hop?) e sbrigative promozioni, è quanto mai evidente come da queste parti l’hip hop americano non venga ancora capito, studiato, approfondito. Affiora un po’ di stanchezza anche nel fare il saccente o il predicatore con la verità in mano, ma credo sia innegabile che un qualsiasi disco di Kendrick rappresenti un’Opera (masturbiamoci un po’ con le maiuscole anche qui) su cui realisticamente si potrebbe scrivere un libro, anziché una recensione. Tale è la densità di contenuti, di mezzi espressivi e stilistici utilizzati, tale la complessità e profondità di temi declinati e riferimenti usati, che uno studio evitato o anche solo abborracciato e raffazzonato alla buona risulta semplicemente insultante. Sia perché non rende giustizia ad un altro lavoro del livello – altissimo, e probabilmente inavvicinabile per chiunque altro – a cui K ci ha abituati, sia perché rischia di dare luogo a grossolani fraintendimenti. Come quelli di chi ha definito questo terzo album su major il suo “disco pop”. E se è vero che quello del “la musica black in Italia viene ascoltata tanto ma capita poco” è un cliché di cui altri hanno già parlato, altrettanto vero è che sembriamo essere ancora, esattamente, lì.

Non è proprio possibile approcciare tutto questo concentrandosi sui feat. e le produzioni, sul fatto che ora Lamar abbia lasciato da parte il jazz e gli intermezzi, e che DAMN. sia un disco più facile di To Pimp a Butterfly. Più immediato sì, certo, ma non meno complesso. Chiaro che anche questi elementi hanno la loro importanza, ma il core del lavoro sta evidentemente altrove. Basta leggersi un testo. Perché qui abbiamo un problema grande, insormontabile, ed enormemente limitante: la lingua. Semplicemente non possiamo capire un album del genere prescindendo dai testi. E certo che c’è la religione, ce n’è tanta e dappertutto. Ma occorre anche provare a capire COME vi sia, e forse tentare di intuire il PERCHÈ. Parlare solo dell’evitato disastro con Bono e del ritornello di Rihanna magari non troppo irresistibile – e ci può stare – va bene, ma certo non basta. Mi si conceda la metafora un po’ telefonata, ma è come scrivere di un libro analizzando solo la copertina e il font utilizzato.

Contrariamente a quanto altri luminari hanno scritto, DAMN. è un concept, almeno tanto quanto lo era TPAB. Questo è evidente sin dall’introduttiva BLOOD. L’album si può ascoltare in due direzioni: dalla traccia 1 alla 14, e – all’inver(s)o – dalla 14 alla 1. Nel primo senso la Morte, annunciata da quel fulminante gunshot sparato dalla vecchia cieca, perde; nel secondo invece il disco termina con la fine (a questo punto, anche fisica) dello stesso Kendrick, freddato dalla stessa empatia che si è declinata nell’umana carità faticosamente perseguita attraverso le 13 tracce precedenti. You decide. DAMN. è anzitutto un disco di dualismi: weakness e wickedness, body and spirit, happiness o flashiness, luce e buio, vita e morte. Il più importante di questi sembra però essere quello tra hybris e umiltà: in questo senso i pezzi spesso sembrano dialogare tra loro, come nel caso di PRIDE e HUMBLE, non a caso posti uno accanto all’altro in scaletta e antitetici sin dal titolo. Qui la dicotomia è sviluppata anche a livello puramente musicale, con i rispettivi beat che vanno a comporre un chiasmo perfetto dove il concetto centrale della traccia è accompagnato (e di conseguenza esaltato) da una base che sembra andare in una direzione completamente opposta: la morbida leggiadria di PRIDE e lo schiaffo in faccia esaltante e catartico di HUMBLE.

Ora, la religione. Quello di Kendrick non è il disco di un predicatore. Non tenta di convertire, né di moralizzare, né tantomeno di fustigare. Pensa e fa pensare, ma senza pesare. I riferimenti sono tanti e frequenti: il libro più citato e nominato è il Deuteronomio. L’immaginario è ripreso poi anche a livello visivo, come nel rimando all’Ultima Cena nel video di HUMBLE, e il connotare sé stesso come figura a tratti cristologica è un espediente ricorrente. Si guarda addirittura all’Immacolata Concezione in DNA. Qui K declina la propria condizione di uomo, nero e americano, con saettanti pennellate che sono al contempo dirette, penetranti, epifaniche, realiste ai limiti del cinismo e radicalmente caratterizzanti: le basi e le eredità della cultura afroamericana sono prese ed esposte da un inner point of view quanto mai ficcante e autoanalitico, che spesso procede per enumerazioni e ripetizioni, sia orgoglioso che un poco (auto)critico. Arrivano anche considerazioni sull’hip hop visto dall’America bianca, le risposte a Geraldo Rivera e alla sua critica di Alright (l’intervento è esplicitamente campionato), la (ri)Messa in discussione del solito trinomio – si prosegue sul versante delle Trinità – sex, money, murder con un rimando a Kurtis Blow.

In YAH (che è la contrazione di Yahweh, il vero nome di Dio nella tradizione ebraica) il focus è invece traslato dal piano razziale a quello religioso. «I’m a Israelite, don’t call me Black no mo’». Quindi l’identificazione e l’inclusione in un popolo piuttosto che in un altro non prende più le mosse da un discernimento light/dark skinned, ma dall’appartenenza agli eletti di Dio, gli israeliti, maxi-calderone in cui sono compresi tanto i neri quanto gli ispanici e i nativi americani. Ecco quindi che il termine “Black” sbiadisce e perde di significato e rilevanza. «That word is only a color, it ain’t facts no mo’». Tutta questa cristianità non comporta però l’approdo ad un’imbalsamata dimensione da santone, né tantomeno una fervente religiosità positiv(ist)a come poteva essere quella dell’ultimo Chance the Rapper. Kendrick rimane con i piedi ben saldi a terra, alla contemporaneità e alla propria umanità.

Le riflessioni sul rap game e sul suo posto all’interno della scena – o piuttosto al suo top – diventano così anche l’occasione per tirare qualche frecciatina a Big Sean nel chorus di HUMBLE, o a Drake, non troppo sottilmente scimmiottato e parodiato in ritornelli come quello di ELEMENT. Dati i richiami stilistici, l’abisso esistente in veste di paroliere è lampante e anche un pochino ricercato, spesso persino strombazzato: Kendrick si auto-proclama il miglior rapper di oggi, probabilmente anche di sempre, lanciando un parallelo con Michael Jordan e nuovamente con Pac – con cui il dialogo a distanza rimane ancora imprescindibile – nel momento in cui si trova a fare i conti con lo stardom raggiunto. Nelle consuete difficoltà di limpidezza e sincerità nei rapporti una volta raggiunta la cima, i due valori da tenere ben saldi – la LOYALTY e il restare HUMBLE – sono ripetuti come mantra (vedi il bersagliato ritornello cantato da Rihanna). L’apparentemente contraddittoria giustapposizione di umiltà e superbia è poi risolta nel chiasmico dittico che già abbiamo detto PRIDE/HUMBLE sia a un livello concettuale che strettamente musicale. A questo punto è chiaro che l’uomo dietro l’artista è ben lontano dal miliardario triste e solo (ed anche un po’ patetico) di Drake che dondola i piedi in cima alla sua 6, ma anche dal genio megalomane kanyiano.

C’è poi l’immancabile condanna alla vacuità del lifestyle tradizionalmente celebrato dai rapper che ce l’hanno fatta: è però elegantemente evitata la caduta nei facili moralismi bacchettoni ed edificanti che si potevano paventare dato il forte sfondo religioso; a scansarli pensa da solo il primo verso di LUST, dove accanto ad altri rimandi biblici (alla crocifissione con “I need some water”) è presentata per elencazione la giornata tipo, prima maschile e poi femminile, di due stereotipi edonistici e improduttivi, in definitiva vuoti.

Resta poi ovviamente centrale anche il Lamar più politic(izzat)o, quello che ha avuto il suo ovvio zenit in TPAB, che qui racchiude praticamente tutto in XXX: il sogno americano è negato ai neri, e il paradigmatico Johnny che in I’m Afraid of Americans di David Bowie incarnava lo stereotipo del maschio americano bianco è preso e ribaltato. Ora Johnny è il giovane nero sottilmente allontanato dalla scuola, indirizzato verso un dream tagliato su misura per i blacks e quindi limitato e limitante: la vittima di un sistema totalizzante e ancora più sottilmente totalitario, perché travestito da ugualitario. La libertà è solo illusione, e negli USA di oggi quelli stessi che si lamentavano di Obama ora lo rimpiangono guardando ancora increduli a Trump. Significativo che il pezzo subito seguente sia invece la traccia più introspettiva del disco: in FEAR Kendrick si mette a nudo completamente, declinando le sue paure più recondite in tre diverse fasi della sua vita (approssimativamente infanzia, adolescenza e maturità). Nell’ultima strofa sembra che tutti i nodi tematici dell’album tornino, sintetizzati e compendiati, a chiudere definitivamente un cerchio: «I’m talkin’ fear, fear of losin’ creativity / I’m talkin’ fear, fear of missin’ out on you and me / I’m talkin’ fear, fear of losin’ loyalty from pride / ‘Cause my DNA won’t let me involve in the light of God».

È evidente che gli spunti di analisi e riflessione offerti da questo lavoro consentirebbero – quasi imporrebbero – di proseguire (e molto più approfonditamente) ancora per un bel po’, e non mi illudo certo di averne esaurito qui la complessità. Assodata la grandezza, resta però ora da valutarne le misure: alla fine del giro, Kendrick porta davvero qualcosa di realmente nuovo e inedito nel rap game a livello contenutistico? La risposta è molto sfumata, e sicuramente non è questo il momento di tirare le somme di una carriera che ora sembra ben lontana dall’aver passato il suo apice. Attualmente propendo per il no, ma questo non ne sminuisce il valore. Il suo merito principale, ad oggi, è “semplicemente” l’aver posizionato l’asticella qualitativa – parlo di  capacità di scrittura, tecnica, flow, profondità contenutistica e padronanza dei suoi mezzi – così in alto che questo standard ora come ora è inarrivabile, per chiunque. Ecco perché il be humble, per lui, vale fino a un certo punto.

19 aprile 2017
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