• mar
    16
    2015

Album

Interscope Records

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Diciamolo subito: l’espressione “seduta psicanalitica” riferita ad un disco è abusata e anche stucchevole, nella sua mancanza di ironia (a meno che non siate Woody Allen). Fa venire in mente chaise longue, taccuini, traumi e gente sdraiata. Soprattutto, fa pensare ad una questione privata, votata all’individualismo, mentre tergiversa sulla Storia. E non sarebbe male, pensando che Kendrick Lamar, già nei suoi dischi precedenti, aveva fatto dell’autobiografismo una cifra stilistica. Il problema è che se prima si parlava di Compton, di una sineddoche legata ad un immaginario gangsteristico, fucina da sempre di talenti e problemi per l’hip hop, oggi il discorso si è allargato. To Pimp A Butterfly è un disco politico, inteso come il collage dei sentieri che un’intera comunità percorre. La comunità, qui, non è più quella di Compton: è quella degli afroamericani, dei nigger (ed anche scriverlo senza corsivi è una scelta politica), dell’America tutta. Alla fine, tanto vale dirlo, piuttosto che lasciarlo aleggiare: si parla di Sogno Americano, inteso come ricerca di una felicità (economica, sociale) al netto del merito, del pigmento, dell’estrazione sociale.

Ovviamente, quel sogno si è talmente sfasciato che è quasi inutile parlarne. Ma occorre comunque discuterne perché, arrivando ad una sintesi, questo disco è sì una seduta psicanalitica, ma collettiva. E spesso quelle sedute parlano proprio di sogni. In To Pimp A Butterfly non c’è il dolore positivo di D’Angelo, la risposta sofferente e soul alla coazione a ripetere della Storia applicata a quella comunità afroamericana che in The Blacker The Berry viene chiamata, semplicemente, africana. In To Pimp A Butterfly ci sono gli spari ma non sono quelli del ghetto tra gang, bensì quelli della polizia contro uomini innocenti. Non ci sono i clangori industriali dei dischi più potenti dei Public Enemy, ma quelli di catene che prima erano da schiavi ed ora sono tenute al collo come simbolo di una dipendenza più invisibile: quella dal denaro. È ironico poi rilevare quanto Kendrick Lamar si ponga narrativamente proprio come un quadro completo delle contraddizioni del meltin’ pot: ragazzi di colore uccisi in strada mentre per la prima volta alla Casa Bianca, sullo sfondo della copertina, siede un fratello. Il fatto è che tra i nemici della comunità, per Lamar, ci sono spesso proprio i componenti di essa, con una sola risposta da dare loro: quella di amare la propria persona, quel “I love myself” di i, un titolo semplice che già con la scelta del minuscolo vuole attivare una riflessione incredibilmente complessa su quanto ci sia all’interno di una persona. Che poi sia anche un possibile rimando ad un brand tecnologico – la Apple – è solo un’altra faccia della multidimensionale moneta.

Ad aprire il disco c’è il tappeto funk che parla delle tasse di Wesley Snipes di Wesley’s Theory (prodotta da Flying Lotus, e a cui prende parte la leggenda George Clinton), per dire di un idealtipo di uomo di colore superficialmente emancipato ma economicamente vessato, col sample di Every Nigger Is A Star di Boris Gardner ad eludere l’ascoltatore aprendo su una nota positiva. C’è poi la free form jazzistica di For Free!, in cui il Flying Lotus di prima è un convitato di pietra.

Tutto questo è solo l’anticipazione di quella staffilata che è King Kunta, in cui tra sample di We Want The Funk di Ahmad Lewis, screziature di James Brown e parti suonate, Lamar stringe all’angolo Pharrell Williams, con una melodia perfetta ma non sbarazzina, mai pacificata, che è ariosa solo nel modo in cui fa entrare l’alito della Storia di un’intera razza tra le sue pieghe. Istituzionalized, con l’accompagnamento di una vera e propria band, ha un beat secco, un inserto sonoro della nonna di Lamar nel ritornello, ed allarga la lente su tutto ciò che circonda un essere umano all’interno di un sistema o delle sue varie diramazioni. Come a dire: i muri si allargano e ti seguono ovunque tu vada. E sono ancora i muri i protagonisti della complessa e successiva These Walls¸ introdotta dal mantra che appare in tutto il disco: “I remember you was conflicted, misusing your influence”. C’è il paragone tra le pareti di una vagina e quelle di una prigione, in un testo in cui il grottesco sfocia nell’esistenziale, passando attraverso la sensualità della musica.

L’esistenzialismo fa ancora capolino nella fantasmatica u, dove quel “Loving you is complicated” è il semplice sforzo che ci vuole, oggi e sempre, per avere persone integre in un mondo che si sgretola dietro a pulsioni di soldi e fama. Kendrick Lamar qui fa un esercizio quasi stucchevole ma efficace con la voce, trasfigurando i propri sentimenti in vocalizzi disperati, malati, immersi nella tristezza, salvata solo dal sax e dal groove. Di tutto ciò Alright, forse il pezzo più simile a quelli scritti in passato dall’artista, è il perfetto contrappunto: speranza nel non conoscere il futuro, forse forgiata dalla produzione di Pharrell Williams. Eppure è una speranza tenue, a mollo tra armi, afroamericani morti e droghe. For Sale? (Interlude) ha tema svolazzante come i dollari di un accordo discografico, latore di un demonio qui rappresentato da una donna, Lucy (diminuitivo intuibilissimo). È quasi un Sinatra della black music, quello che qui si espone. In Momma si vagheggia di un ritorno a casa sopra una base ritmica incredibilmente efficace, nonostante gli apparenti arzigogoli. Ma qual è la casa? L’Africa? Compton? O semplicemente lo stare per conto proprio testimoniato dal sample di On Your Own di Lalah Hathaway?

Da qui in avanti, la violenza istituzionale e politica prendono il sopravvento, come suono, ma soprattutto come immaginario: c’è Hood Politics che se la prende con chi sapete usando un armamentario sonoro da Frank Ocean, c’è il soul soffertissimo (e dove Lamar modernizza la lezione di Otis Redding) di How Much Cost A Dollar, storia di un Dio barbone usato come immagine per parlare dell’egoismo del protagonista, su una base che pare presa da Pyramid Song dei RadioheadComplexion (A Zulu Love) – Rapsody è forse la più debole del lotto, con la musica che in molti casi non sa dove andare a parare e in cui il tema risulta, a questo punto della scaletta, quasi ripetitivo.

Pare il giusto anticipo, per contrasto, dell’arma da fuoco sonora e retorica di The Blacker The Berry: i Public Enemy, Dr. Dre, i N.W.A., Spike Lee, i Geto Boys senza funk, i fatti di Ferguson, il cuore nero dell’America che è quello di un ariano (cfr. il testo), il rovesciamento violentissimo di senso nello scoprire una comunità come il peggior nemico di se stessa. E poi, più di tutto, l’esasperazione di tutti gli stereotipi fino a farli esplodere. Qui Kendrick Lamar ha un referente insospettabile, e quel referente è Lenny Bruce. Il fatto di essere anche orecchiabile, rende questo pezzo semplicemente più minaccioso. Al confronto, The Art Of Peer Pressure dal disco scorso impallidisce.

You Ain’t Gotta Lie, anche qui con l’accompagnamento di una vera e propria band, è l’atterraggio sinuoso, ancora per dire di una scena (quella hip hop) riempita da troppe parole che non sono quelle del flowi è la risposta a tutta questa sofferenza, prima di abbandonarsi al sonno, con gli Isley Brothers rifatti, il piano che rilancia la posta su una vita difficilissima ma degna di essere vissuta, col funk di James Brown a fare da spalla.

E poi c’è il sonno di cui si diceva, c’è la fine, c’è Mortal Man: pezzo lungo, per metà suonato e per metà rifinito dal campionamento di I Get No Eye For Back di Houston Person. Il testo è un’intera storia di oppressione e speranza, di Nelson Mandela, di Michael Jackson (il garantismo di un verso come “That nigga gave us Billie Jean, you say he touched those kids?” è un colpo al cuore) e rapporti coi fan, il tutto immerso in sfarfallii di fiati in apnea, base sexy, flow battente. E quella chiusa fatta di due poemi intensissimi di cui si consiglia la lettura, e di un’intervista a distanza con Tupac Shakur: quando alla fine di questo dialogo immaginario Lamar chiama Pac senza ottenere più risposta, la storia si chiude, fatta di vivi e di morti. Di presenza e assenza. Citando i Gang Starr, ciò che è qui oggi potrebbe essere andato domani.

Da tutto questo tour de force, l’impressione che viene fuori è quella di un disco che musicalmente sarebbe stato più compatto con un minutaggio più ridotto, ma che, a voler tagliare qualcosa, sarebbe risultato narrativamente monco. La cosa da non sottovalutare qui è proprio il fatto che Kendrick Lamar è un narratore, un mago della parola e dello storytelling che pesca a piene mani dal reale di ognuno per restituirne l’incommensurabile complessità. Un disco, prima che bello, terribilmente importante, per come sa portarsi sulle spalle un sanguinario presente.

24 Marzo 2015
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