Recensioni

Avere vent’anni è un’esperienza che può frantumarti le ossa. È una lotta contro sé stessi combattuta sul filo di un’identità ancora da delineare. Se a tutto questo si aggiunge anche un’attitudine all’introspezione e un’intelligenza esplosiva, si ottiene un mix riconducibile alla sintesi sonora creata dal polistrumentista – originario di Manchester – Kiran Leonard. Un eclettico ventenne destinato a ritrovarsi cucita addosso l’ingombrante etichetta d’enfant prodige, completamente consacrato alla musica fin dall’età di quattro anni e con un bagaglio d’esperienze e collaborazioni tale da non poterlo definire un giovane esordiente. Grapefruit è il suo secondo album – a distanza di tre anni da Bowler Hat Soup – e cavalca le suggestioni surrealiste degli esordi, disseminando – quasi con foga agonistica – citazioni dotte ed edulcorate, spalmate su 57 minuti dove Leonard annichilisce, frammenta, va dissolvendosi fino a scomparire definitivamente.
A destabilizzare è la vertigine che accompagna ogni singola macchinazione sonora, ed entrare nel mondo di Grapefruit assomiglia a un viaggio tridimensionale nella psiche di Kiran: la realtà è allucinata, deformata dai colori accesi e dai tanti chiaroscuri che mettono in luce più di una chiave di lettura dell’intero concept. Tanti piccoli frammenti ricostruiscono il muro di suoni – a sua volta cangiante – che in apertura inganna con la fragile ballata sulla falsariga di Tobias Jesso Jr di Goon, segno che mette già in luce una naturale propensione a sparigliare le carte in tavola: il crescendo al limite del post-rock, infatti, sembra quasi sinonimo di una peculiare instabilità emotiva. Un animo inquieto che si scaglia con veemenza sui 16 minuti del singolo Pink Fruit (il cui tema centrale è il bullismo), dove il giovane inglese spazia dalle rive noir di David Sylvian – in una rilettura da crooner – passando attraverso l’indie-rock altezza Radiohead di Pablo Honey, fino a deflagare su un ruvido stoner – scivoloso come la Goliath dei Mars Volta – e ammorbidito da un folk disarticolato con punte magnificamente melodiose. Non è un caso, dunque, la scelta di un singolo così articolato e che esemplifica chiaramente quanto detto finora.
Grapefruit potrebbe già chiudersi così, invece c’è tempo per godersi l’animosità garage-rock in chiave Jam di Ondor Gongor, i voli pindarici di Caiaphas in Fetters – archi e arpeggi sempre fuori dagli schemi ed imprevedibili – che acuiscono una duttilità vocale che quasi sfiora il Buckley di Grace: una vera gioia per le orecchie. Il cambio repentino di registri stilistici resta una costante, anche quando irrompono ritmi percussivi quasi samba che si accendono in un serrato indie-rock (Don’t Make Friends with Good People) o derive math-rock (Exeter Service) che invece si sciolgono su una tragicità simile a quella degli EELS di Electro-Shock Blues. Per non esser tacciato di parsimonia, Leonard si concede anche un momento puramente folk (Half-Ruined Already) sull’onda di un allucinato Cash, mentre a chiudere il disco pensa il folleggiare di stratificazioni sonore di Fireplace, dove si gioca a stravolgere il “tema” con rumorosi accenti pop e folli acrobazie acid-jazz.
Da qualsiasi punto di vista si analizzi la nuova fatica del giovane polistrumentista, è innegabile una totale padronanza dei mezzi a sua disposizione. Spadroneggia, facendo sfoggio di tutto quello che è riuscito ad assorbire in questi ultimi anni anche a rischio di andare fuori rotta, tanto che termini come “genio” e “sregolatezza” ben si adattano al buon Kiran. Più che premesse, quelle di Kiran Leonard somigliano molto di più a promesse di un futuro magnifico.
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