Recensioni

Per comprendere l’importanza di un’uscita come Chromatica bisogna fare un passo indietro e cercare di capire, a distanza di più di dieci anni, cosa vuol dire per l’universo del pop — non della musica pop, proprio del pop — Lady Gaga. Non perché il suo ultimo disco sia “deludente” (categoria non prevista nell’attuale panorama critico), ma perché come ogni uscita, va messa in relazione a un contesto specifico. E questo contesto specifico nasce, cresce, si muove nel solco di una rivoluzione mainstream provocata proprio dall’esplosione dell’artista newyorchese. Questo perché Lady Gaga è stata l’ultima grande Diva che è stata in grado di agire sul mainstream, sullo scenario musicale e culturale, di creare un tavolo nuovo in cui muoversi e in cui dettare nuove regole d’ingaggio.
Dalla nostra prospettiva falsata e distorta, da provincia decaduta di un impero in decadenza, Lady Gaga può apparire come una delle tante personalità che il sistema dell’entertainment americano produce e distrugge a velocità supersonica. È uno sguardo che, però, non tiene conto della prospettiva. Effettivamente, c’è stato un prima e un dopo Lady Gaga. Personalità capace di rovesciare i canoni di un universo ormai appiattito in una ripetizione “anti-ambiziosa” dell’identico, tra teen-pop dozzinale e copie di copie di copie (inutile ricordarsi che autentica teenage wasteland fosse il mainstream dei primi Duemila). L’esplosione di Gaga provoca un cambio di paradigma. Il mainstream comincia a diventare interessante. Sia musicalmente — il background artistico di Gaga è quello di una musicista di prima categoria, e si sente nella stratificazione, nella curiosità e nella “futuribilità” dei suoni del suo primo disco, The Fame — sia come personaggio. Una “artistic persona” davanti a cui non si può restare indifferenti, capace di portare a galla rimossi e non detti indentitari, giocare con la fluidità di genere, la promiscuità sessuale, ma non secondo il famigerato “male gaze”, ma diventando parte attiva e consapevole di processi di auto-affermazione e auto-determinazione. Non a caso, Gaga cresce nell’underground newyorchese portando il pop come elemento di rottura e provocazione massima. Recuperando, anzi, una storica tendenza propria della città, quella dell’eccesso, del kitsch talmente spudorato da fare il giro, del camp come retorica dell’esagerazione. L’Exploding Plastic Inevitable di Warhol con la disco music robotica del futuro e non con i Velvet Underground.
È innegabile che il decennio appena passato è stato un periodo in cui il mainstream pop si è attestato come luogo di innovazione stilistica, sperimentazione culturale e megafono per messaggi di identità. Lady Gaga, Beyoncé, Rihanna diventano protagoniste di un decennio in cui — anni dopo Madonna — le popstar sembrano diventare non solo artefici del proprio destino, ma in grado di cambiare e determinare le regole del gioco. Miley Cyrus, Charli XCX, Dua Lipa, si muovono tutte nel solco tracciato negli anni Zero. Anni in cui la musica alternativa e underground ha vissuto un momento di relativa stanca “massimalista”, lasciando appunto ai Piani Alti la possibilità di diventare ambiziosi, di vendere prodotti musicalmente avveniristici, di immaginare un futuro. In Chromatica ci sono ancora tracce di quella spinta, seppur inserite dentro un contesto quasi, ebbene sì, nostalgico. Canzoni come Rain on Me (in duetto con Ariana Grande) e Free Woman, ad esempio, sembrano guardare più alla stagione storica della Eurodisco anni Novanta che non a un suono dance di domani come poteva essere la sintesi aliena dietro alle “anthemiche” (parola non a caso) Poker Face e Just Dance. E manca il pezzo che può diventare cavallo di battaglia vero. Quel tipo di pezzo che ti trovi nei karaoke in giro per il mondo quando meno te l’aspetti.
Resta quindi da capire cosa rimanga di quella spinta se non “sovversiva”, per lo meno “diversa”, quando il sistema la assorbe, la fa propria, la metta a regime di mercato e ne smussa gli angoli più spigolosi per renderla appetibile e replicabile (appunto, Miley Cyrus post-Wrecking Ball oppure la nostalgia rétro-futurista di Dua Lipa). E anche come il discorso di Lady Gaga possa continuare dopo aver attestato l’idea, confermata da diverse fonti d’oltreoceano, che la sua arma definitiva è stata la capacità di influenzare e di rappresentare chiunque si sentisse in qualche modo “strano” e diverso rispetto all’eteronormatività o qualsivoglia comportamento socialmente riconosciuto come “accettabile”, e soprattutto dopo essersi attestata ovunque anche grazie A Star is Born. Soprattutto considerando che Chromatica suona sì onesto e sincero, frutto di grande lavoro e ormai bilanciato perfettamente tra trovate a effetto e mestiere, ma resta in fin dei conti un lavoro che non spinge più verso i limiti, ma appunto sembra guardare indietro sia a livello di suono, sia a livello visivo. Certo, è un ritorno alla fase dance, dicevamo, ma di una dance “di maniera”. Ogni fase storica ha il suo manierismo, ed è un po’ il rischio in cui incappa il mainstream quando trova una formula che funziona (Gaga è e resta una delle artiste più vendute dell’era digitale). Chromatica, al di là delle ottime premesse — il suono della musica come simbolo, come spazio di movimento potenzialmente infinito — resta un ottimo esempio di “Gagasfera” senza troppi scossoni.
Lady Gaga ha cambiato l’universo del pop e ci ha giocato creandone uno nuovo a sua immagine e somiglianza. «Il suo arrivo nella musica pop nel 2009 ha alzato gli standard di ambizione per tutti gli altri artisti – scrive Billboard – in quanto ha portato la musica comune statunitense a un altro livello e l’ha resa più grande, più strana, più visuale ed infinitamente più indirizzata al personale, in altre parole più divertente». Adesso ha la credibilità, lo standing, la fama e la riconoscibilità che aveva cercato (una sua dichiarazione degli esordi la vuole intenzionata proprio a operare una rivoluzione nel mondo della musica) prendendo forse per davvero lo scettro di Regina del Pop dalle mani di Madonna. La cosa più difficile, e questo Warhol lo sapeva bene, è mantenere lo shock perenne per non diventare inevitabilmente parte di quella chincaglieria del passato da recuperare in modo nostalgico fra qualche tempo portando quel futuro immaginato nel regno delle cose invecchiate.
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