• Mar
    15
    2019

Album

Matador, Domino

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Per quelli come me, vedere invecchiare uno come Stephen Malkmus è in qualche modo rassicurante, perché dimostra come si possa continuare a essere slacker afflitti dalle solite idiosincrasie anche una volta raggiunta la mezza età. Tirare fuori album bizzarri, magari un po’ sciocchi ma sinceri, è il modo dell’ex Pavement di contrastare l’ingiuria del tempo e tenersi in contatto con lo spirito del college rocker che fu. Poi, volendo entrare nello specifico, ci si accorge che questo Groove Denied tanto sciocco non è.

La narrazione vuole che «il primo album elettronico» di Stephen Malkmus fosse in cantiere già da tempo, ma che fino ad ora fosse sempre stato scongiurato dalla Matador. L’ottima accoglienza riservata a Sparkle Hard ha infine contribuito ad abbattere anche le più strenue resistenze dell’etichetta e oggi è finalmente possibile ascoltare il Nostro darsi da fare con synth e drum machine. Onestamente, vista l’ottima qualità dello scorso album, sembra più probabile che su Groove Denied abbiano trovato posto i brani che per qualche motivo ne erano stati esclusi. Per lo più intime ruminazioni solitarie, opportunamente decorate con chincaglierie digitali così come un tempo venivano ricoperte di feedback e distorsioni.

Poi è divertente (anche se, in una certa misura, prevedibile) vedere come il concetto di “musica elettronica” del buon Stephen, tutta sbuffi e ronzii, sembri uscire da qualche cantina di Sheffield dei primi anni 80, piuttosto che da un laptop contemporaneo. In questo senso la prima parte dell’album è quella che dovrebbe dare un significato a tutta l’operazione. Vi riesce in virtù dei groove zoppi di Belziger Faceplant e della krafwterkiana Viktor Borgia. Delle pulsazioni ambient  di Forget Your Place (il brano più radicale del disco) e della bella A Bit Wilder (dove i New Order e Cure si incontrano su un terreno lo-fi). Sono tutti frammenti uniti da un livido senso di spaesamento, dove anche il consueto tono beffardo dell’artista viene smorzato da una gelida brezza coldwave. A dirla tutta Stephen non sembra starci dentro al cento per cento, ma alla fine è sempre la sua goffaggine a salvarlo. Quell’attitudine al cazzeggio che ce lo fa immaginare un po’ impacciato ad armeggiare con la sua nuova attrezzatura e che costituisce il vero trait d’union con lo spirito degli esordi (ben più della fase prog rock dei tempi di Pig Lib)

A rimettere le cose a posto pensa la porzione più squisitamente pavementiana dell’album. Con brani come Come And Get e la stralunata Rushing the Acid Frat non solo tornano in scena le chitarre, ma si riascoltano quelle adorabili filastrocche sbilenche su cui Malkmus ha costruito una carriera e che si faticavano a trovare in Sparkle Hard. Addirittura la struttura irregolare di Love The Door e le spirali elettroacustiche di Bossviscerate rimandano ai frammenti più meditativi di Wowee Zowee, provocando qualche tuffo al cuore.

Il finale è giocato di puro savoir faire, di quello che l’ex Pavement sprigiona naturalmente nei momenti più raccolti. Grown Nothing è un’elegante ballata dalla melodia circolare, dove un piano limpido e una chitarra pulita vengono appena sporcati da disturbi digitali e in cui la voce di Stephen non è mai sembrata così sincera. Si tratta del commiato migliore per un lavoro che, lungi dal dare una svolta a una carriera trentennale, resta un incoraggiante sfoggio di salute da parte di un artista che non ha mai smesso di essere rilevante.

15 Marzo 2019
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