• set
    01
    2017

Album

DFA

Add to Flipboard Magazine.

Per una persona schietta ed eclettica come James Murphy, attento e curioso nei confronti di quello che succede nel mondo, il sogno americano dev’essere una questione del tutto aperta. Quando più di dieci anni fa affermava senza batter ciglio: «Il mondo non ha bisogno di nuova musica […], facciamo musica dance perché fa ballare la gente. Non è una rivoluzione», il leader della DFA e deus ex machina degli LCD Soundsystem sembrava a suo agio nel tradurre i suoi pensieri nichilisti in poche parole ma incisive. Frasi che esprimono un disincanto pari a quell’atto d’amore e odio che è New York, I Love You But You’re Bringing Me Down o a quell’addio alle scene che è stato il documentario Shut Up And Play The Hits.

Le parole sono importanti e per uno come Murphy, che nel suo cantare non è logorroico come un Alex Turner (ma dosa i versi a dispetto di brani lunghi, ossessionanti, ritmati e carichi di adrenalina che puzza di Madchester e post-punk e che profuma di dancefloor metropolitano), sciogliere la band per evitare di soccombere alla politica dei brani da classifica o rischiare di dover comunicare qualcosa senza avere qualcosa da dire, è stato doloroso ma necessario. Il lavoro in questi anni non è mancato: l’etichetta e le varie produzioni (vedi Reflektor o il remixBowie, che stando alle parole del produttore è stato determinante nella scelta di rimettere in piedi la baracca) hanno tenuto impegnato il buon James.

Questa premessa è necessaria per dare il giusto peso al ritorno in scena del gruppo statunitense oggi. Il quarto album degli LCD Soundsystem arriva a ben sette anni di distanza dal precedente This Is Happening e a sei dal provvisorio “lungo addio” al Madison Square Garden. Tutti hanno avuto un bel po’ di tempo per riflettere, per concentrarsi sulla propria vita e, infine, per accettare la nuova chiamata alle armi di capitan Murphy. Tutti consapevoli che più che di una reunion, si sarebbe trattato di un ritorno, una necessità: tornare a dire qualcosa, farlo senza tanti giri di parole. Tu chiamala se vuoi rivoluzione, loro l’hanno chiamato American Dream e la buona notizia è che ce n’era davvero bisogno.

Il rischio di un buco nell’acqua, come quello fatto dai neo-colleghi di etichetta Arcade Fire, era alto ed è diventato ancora più preoccupante quando l’artwork del nuovo album è stato svelato. C’è stata un po’ di confusione: chi ha trovato un collegamento con la copertina di Infinite Jest di Wallace, chi con le slide di Power Point. Si sa, l’abito non fa il monaco, e infatti le anticipazioni del disco sono valse la lunga attesa. Call The Police American Dream sono state pubblicate come “doppio lato A” ed è difficile scegliere quale dei due brani possa prevalere sull’altro: se il primo tocca livelli di inno estatico al pari di All My Friends ramificandosi in stratificazioni di voci e riverberi di ogni sorta, la title-track ci riconsegna un Murphy in forma smagliante che, sarcastico, sfacciato ed enigmatico, regala perle come queste: «You just suck at self-preservation versus someone else’s pain».

Quando American Dream parte con il nevrotico pianoforte controllato di Oh Baby sembra quasi che qualcuno ci stia riservando un ghigno in penombra sussurrandoci «dove eravamo rimasti?». Il quarto disco degli LCD Soundsystem, infatti, è una presa di coscienza di quanto fatto in passato (un trittico dirompente di album osannati da pubblico e critica) e, allo stesso tempo, dei tempi che stiamo vivendo. Il sogno americano di Murphy non ha nulla a che vedere con Springsteen e gli inni alla stars and stripes, sembra piuttosto un’analisi rassegnata che ricorda a tratti Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller e la sua realistica resa dell’inquietudine e del dissenso («Oh, the revolution was here, that would set you free from those bourgeoisie» canta il capo della DFA nella title-track) sotto l’ombra della Statua della Libertà, proiettata nel quotidiano di normale cittadino. D’altronde lo stesso produttore ha dichiarato di non essere un tipo da «grandi topic. Preferisco scrivere di cose piccole o comunque personali».

Questa affermazione è più importante di quanto si possa pensare, perché ci fa capire quanto le esperienze di Murphy al banco mix con Arcade Fire David Bowie siano confluite in questo album. La parte centrale di Other Voices sembra voler a tutti i costi ricalcare il ritornello di Fame, con tanto di voci doppiate leggermente fuori sincrono, così come tutto questo American Dream (vedi I Used To Change Yr Mind) è un Everything Now che ce l’ha fatta. Gli LCD Soundsystem hanno fatto un disco rotondo, oscuro, un coast-to-coast riottoso e frenetico, rallentato da quello che gli occhi vedono e hanno visto in questi anni. Il viaggio sembra un ottimo paradigma per comprendere l’importanza di questo ritorno; si tratta di un movimento geografico ma, soprattutto, temporale: quello «standing on the shore» di How Do You Sleep? è tanto salmodiante e sporco di sabbia desertica da ricordare il «riders on the storm» sussurrato da Morrison dei Doors; e che dire di Emotional Haircut che, finalmente, paga dazio ai Joy Division mescolando Komakino Colony? Lungo tutto il disco, poi, aleggia lo spettro dei Talking Heads e delle loro cavalcate ritmiche e ipnotiche.

I «migliori sentimenti che abbia mai provato nei confronti di un album degli LCD Soundsystem» che Murphy ha riscontrato in American Dream sono gli stessi che rimangono nelle orecchie e nel cuore dell’ascoltatore. Perché il quarto disco del collettivo newyorchese è un attestato di sincerità, è viscerale, né più e né meno come Sleep Well Beast dei The National. Il lungo autunno che stiamo vivendo, come ogni periodo inquieto, ci consegna opere di qualità e dal forte valore politico: American Dream si iscrive in questa zona d’ombra col pregio di riuscire a sintetizzare la decadenza di Blackstar e infonderla nell’euforia del passato. Il tutto reso più vivido da testi tanto essenziali quanto laceranti. Bentornati e, sì, ce n’era davvero bisogno.

31 agosto 2017
Leggi tutto
Precedente
XXXTentacion – 17 XXXTentacion – 17
Successivo
Widowspeak – Expect the Best Widowspeak – Expect the Best

album

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite