Recensioni

È la soglia di sopportazione, quella che dovete tentare di inquadrare ascoltando i Lemon Twigs. Premessa doverosa, perché il duo rientra nell’abusata divisione di band che si ama o si odia, per la proposta che fa: un glam rock ipercinetico, quasi prog, ricco di cambi di tempo, trovate negli arrangiamenti, dettagli piccoli ma non banali. I fratelli Brian e Michael D’Addario – rispettivamente 19 e 17 anni – sono al loro esordio, ma una cosa si può dire senza dubbio: son forti di idee chiare, perché una certa focalizzazione bisogna averla, per tenere assieme tutto il materiale sonoro dei loro pezzi senza crollare.
In questo avrà sicuramente aiutato la produzione di Jonathan Rado, membro di quell’altra band spettacolarmente glam che sono i Foxygen, uno dei naturali termini di paragone per il suono dei Lemon Twigs. La cosa importante da rilevare però è il fatto che una band così giovane faccia un suono così vintage e allo stesso tempo così poco rievocato finora, in tutti i revival che ci sono stati. Si può dire che l’unicità dei fratelli D’Addario stia proprio nella capacità di mimesi così forte (e anche personale) con un contesto sonoro morto e sepolto e che, a parte i Foxygen summenzionati e pochi altri, non ha mai avuto una vera e propria scena di ritorno, ma solo sporadici epigoni del suono che fu. Forse per sessismo? Forse per machismo estremo e maschilismo del rock? Qualsiasi sia l’idea che possiate farvi sui Lemon Twigs, la loro presenza – e forse tentativo di provocazione, col look che si ritrovano – è un toccasana. Anche in tempi retromaniaci.
È un discorso complicato, che rischia di scivolare nella facile rivalutazione di qualsiasi oggetto sonoro del passato. Ma quando ci sono dubbi, entra la musica a parlare. Nei pezzi divertentissimi di questo Do Hollywood c’è spazio per il glam di Lou Reed periodo Transformer, gli Sparks, David Bowie (ovviamente), i Wings, Todd Rundgren. Ma trova posto anche la forza del duo nel voler spingere la propria ambizione (magari dettata dall’incoscienza della giovane età) verso una spettacolarità conclamata: i vuoti e pieni emotivi di As Long As We’re Together, l’ingresso tutt’altro che facilone dell’opening I Wanna Prove To You che non cede subito al ritornello, il suadente che scivola nell’intimo di Baby, Baby (con quel basso che grida “Anni Settanta” ad ogni tocco), il quasi prog di Haroomata, fino al finale da delirio in rossetto di A Great Snake.
Resterebbe ovviamente da fare un discorso sul futuro del duo, sulle speranze che una band così giovane impone di nutrire, ma sono discorsi senza senso. La cosa davvero interessante è la domanda che nasce dall’ascolto di questo esordio: come suoneranno dal vivo? Una curiosità che, istintivamente, suona già come un voto positivo. Meritatissimo.
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