Recensioni

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«Ci sarà tempo per sistemare tutti i tasselli e per andare oltre un disco come I, Gemini, certamente formativo (per loro) ma ancora troppo disordinato». Chiudevamo così la recensione dell’esordio lungo delle Let’s Eat Grandma. Due – soli – anni ci separano da quelle parole, due – soli – anni in cui Rosa Walton e Jenny Hollingworth sembrano aver sistemato (quasi) tutti i tasselli a tempo record, consegnandoci un secondo album (intitolato I’m All Ears) certamente più coeso e di spessore rispetto al debutto e, parallelamente, ancora attraversato da quella linfa DIY fuori dagli schemi che non fa altro che confermare la bontà delle intenzioni delle due inglesi.

Una maturazione rapidissima che si snoda attorno a una maggiore consapevolezza pop che pur lambendo alcuni punti di contatto già evidenziati in passato («Cocorosie in primis, ma anche il misticismo nordico dei The Knife, il fascino di Joanna Newsom ed il gusto naïf-fanciullesco di Aurora», dicevamo) rende quanto mai personale e distintiva la proposta delle Let’s Eat Grandma, anche quando in supporto arriva un aiuto potenzialmente ingombrante come quello targato SOPHIE. L’artista che, probabilmente, è la più vivida rappresentazione tout court dell’attuale sign of the times in ambito pop-non-pop (SOPHIE) fornisce il proprio – riconoscibilissimo – tocco in Hot Pink, primo estratto dall’album che propone le Nostre come una versione futuristica di una Lorde intrappolata tra maglie bubblegum bass e post-industrial. Ritroviamo SOPHIE (in coppia con Faris Badwan degli Horrors) anche in It’s Not Just Me, brano dal chorus clamorosamente orecchiabile (quasi ruffiano) che riassume un po’ tutto quello che di buono ci saremmo aspettati dai CHVRCHES ma che non abbiamo trovato all’interno di Love Is Dead. La svolta pop è piuttosto evidente (la ballad Ava è fin troppo ordinaria in questo senso) ma – fortunatamente – le inglesi non sembrano volere, almeno per il momento, abbandonare del tutto il motto “keep it weird”.

Quella che di base è a tutti gli effetti una formula ruotante attorno a un triangolo immaginario con synthpop, electropop e art-pop come vertici, presenta costantemente elementi destrutturanti che mantengono alto il livello di eclettismo lungo tutta una tracklist che vede in apertura due minuti synthwave di scuola carpenteriana e in chiusura, giusto per rimanere in contesti che flirtano con il cinema, gli undici minuti di Donnie Darko, slow jam che alterna momenti di chitarre fluttuanti e aperture synthpop che sublimano in un climax epico all’ottavo minuto. I tappeti e i layer di synth sono un marchio di fabbrica che ritroviamo, statici e implacabili catalizzatori di tensione, in Falling Into Me, forse il brano migliore del lotto. Rosa e Jenny continuano a prendersi gioco degli schemi tipicamente radiofonici, passando senza problemi da divagazioni sperimentali – a tratti astrattamente psichedeliche – come quelle che troviamo nella guitar-oriented Cool & Collected, a compattissime soluzioni più dinamiche, come gli spasmi melodici ad altezza Lorde abbozzati a metà di I Will Be Waiting, traccia dalle mille facce.

L’impressione è che con I’m All Ears le Let’s Eat Grandma abbiano trovato una quadra che, per quanto ancora perfettibile, potrebbe essere irripetibile in futuro. Speriamo di sbagliarci perché hanno tutte le carte in regola per diventare un punto di riferimento dell’art-pop contemporaneo (e non solo). In questo senso, il fatto di “aver sbagliato” l’album d’esordio ha giocato un ruolo fondamentale, smarcandole dalle decine di progetti caratterizzati dalla consueta parabola discendente post-primo album.

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