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Gli anni Dieci dei Duemila saranno ricordati come l’epoca dei revival e di come l’effetto nostalgia abbia avuto la meglio su ogni tentativo di spingersi al di là dei confini finora conosciuti nel mondo dell’arte. Un discorso che abbraccia a 360° ogni genere, dal cinema (le epopee dei Guardiani della Galassia e il nuovo ciclo di Star Wars) alla musica (certo indie declinato al passato, vedi Brunori Sas o Giorgio Poi), alla televisione (Vinyl, Stranger Things, e perfino Twin Peaks si è servito del nostalgia effect, fortunatamente solo come pretesto, perché il suo revival è tutt’altro che un tuffo nel passato – vedi il nostro commento delle varie puntate).

Dopo le pesanti cancellazioni di The Get Down (altra serie che cavalcava la black music anni Settanta) e Sense8, il colosso dello streaming riemerge da un’improvvisa impasse con l’originale GLOW. Creata da Liz Flahive e Carly Mensch, la serie racconta in chiave romanzata il dietro le quinte della formazione della Gorgeous Ladies of Wrestling, vera lega femminile di wrestling che nel 1986 debuttò in televisione con un proprio programma ed ebbe un successo stratosferico, tanto da essere venduto ad oltre 30 emittenti negli Stati Uniti e ad altre 6 al di fuori dei confini. Ambientata nella Los Angeles del 1985, GLOW segue le vicende dell’aspirante attrice Ruth, che rimbalza da un provino all’altro con scarso successo e sempre meno autostima in corpo. Un giorno decide di partecipare a un progetto “sperimentale” – ma non sa ancora che si tratterà di uno spettacolo di wrestling – che la vedrà lottare per un posto nel team insieme a tante altre concorrenti (stunt-woman, lottatrici dilettanti, fenomeni da baraccone); le cose si complicheranno ulteriormente, quando il regista Sam Sylvia le metterà accanto Debbie, sua ex-migliore amica (scoprirà infatti la sua relazione col marito). Il tutto abilmente calato nel contesto storico rappresentato, con tanto di rimandi divertenti a Star Wars, ai disco club, a Ritorno al Futuro e a un mondo della televisione in cui l’idolo indiscusso è il possente Hulk Hogan.

L’intelligente durata di 30 minuti a episodio ha il pregio non indifferente di alleggerire una storia già di per sé molto semplice e narrativamente riconoscibile (con il cammino di queste giovani e spaesate attrici-lottatrici costrette a fare gruppo per raggiungere la tanto agognata messa in onda). I personaggi sono ben strutturati: non ci si potrà stancare di una Ruth (l’ottima Alison Brie) che nonostante il suo triste fato, riuscirà sempre a trovare quella dose di sarcasmo misto a ottimismo in grado di salvarle la giornata; Debbie (Betty Gilpin) è un’attrice di soap-opera costretta a rinunciare alla carriera perché “sfortunatamente” dotata anche di un cervello, oltre al corpo mozzafiato; il terzo asso portante dell’apparato recitativo è garantito da un Marc Maron irresistibilmente cinico, stanco e piegato dal corso degli eventi. Per dirne una: il suo personaggio, Sam Sylvia, è un regista che si vende – abbassando così il suo già precario livello – per garantirsi i finanziamenti per il suo nuovo lungometraggio a cui lavora da ormai dieci anni, salvo poi scoprire che un film con un soggetto molto simile al suo sta spopolando nelle sale: è Ritorno al futuro!

Il suo è anche il personaggio più lungimirante e tragico del lotto: i suoi numerosi anni di esperienza nel settore sono essenziali affinché un gruppo di sprovvedute entri in contatto con un mondo totalmente fittizio (da notare anche la cantante Kate Nash, perfettamente a suo agio). Il wrestling, «lo spettacolo dell’eccesso» per dirlo alla maniera di Roland Barthes, è principalmente storytelling, e sul suo palcoscenico vediamo alternarsi le maschere più tragiche ma anche le più commoventi. I personaggi che vediamo in scena sono persone che non ce l’hanno fatta, e Hollywood è impietosa al riguardo; ognuno di loro sognava di essere da qualche altra parte. Non c’è mai la sensazione che l’effetto da minestrone della pop-cultura possa affogare la narrazione: ogni aspetto è curato nel dettaglio, Los Angeles non è mai stata così sporca e vissuta, i motel sono orripilanti, la colonna sonora non è mai invadente, il glitter fa capolino quando serve.

GLOW diventa quindi una metafora su come l’arte possa assumere le forme più disparate e su come questa possa venire alla luce senza per forza disporre di grossi mezzi di produzione: basta che sia supportata dalla passione e dall’impegno perseverante. Un omaggio all’antica arte di arrangiarsi.

27 Giugno 2017
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