Recensioni

7.4

Chiunque abbia ascoltato Royals, la smash hit con la quale Lorde si presentò al mondo nel 2013, avrà sicuramente pensato che qualcosa fosse cambiato nel mondo del pop mainstream. La cantautrice neozelandese, nell’intimità di un piccolo studio subequatoriale, era riuscita a tirar fuori un prodotto tanto nuovo quanto familiare. Tutti pensarono fosse una macchina a benzina quando l’album vero e proprio, Pure Heroin, uscì quell’anno sul mercato. Poi le aspettative si ridimensionarono: il motore andava, in verità, a diesel e il più grande rimpianto che tuttora nutriamo nei suoi confronti è quello di non aver dato sufficientemente corpo e varietà ad una collezione di brani dal potenziale elevatissimo.

Quattro anni dopo le cose sono cambiate. La ragazzina della Nuova Zelanda è ora un’artista che ha totalizzato 5 milioni di copie vendute nel mondo, è a suo agio sui palchi dei più grossi festival internazionali, possiede uno studio a New York e un team di produttori/musicisti da far invidia all’amica Taylor Swift. Il successo l’ha inevitabilmente sradicata dal contesto sociale (quello suburbano) che ne aveva alimentato i testi nell’esordio («I’m kind of over being told to put my hand up in the air» era la catchphrase…), ma, allo stesso tempo, le ha dato i mezzi per dichiarare una maturità prima soltanto abbozzata o tuttalpiù intuita.

Per questa seconda prova sulla lunga distanza, alla ragazza prodigio della Universal è stato affiancato un team pop mainstream di tutto rispetto: Jack Antonoff, collaboratore di Taylor Swift, Kuk Harrel, già al lavoro con Rihanna, Beyoncé e Justin Bieber, Malay, produttore di Frank Ocean e Zayn Malik e non ultimo S1, che già può contare su lavori per Madonna e Beyoncé. Il saggio direbbe che una lista di nomi di spicco non garantisce un risultato a tavolino, specialmente nel pop da classifica (vedi l’ultimo album di Katy Perry), ma, quando si tratta di una dai gusti trasversali come lei (Burial, SBTRKT, The Weeknd), avere i vestiti giusti fa buon gioco. Rispetto a Pure Heroin, che ci è stato presentato quasi come un’opera di provenienza non meglio identificata, Melodrama ha una provenienza più chiara: le viscere dell’artista. È, per dirla in parole povere, il disco dell’introspezione che tiene alla larga l’auto-compiacimento. Una delle cose più sorprendenti della penna di Lorde è la sua capacità di evitare tematiche quali il dolore fine a se stesso, l’amore senza uscita e i soliti topoi sulla fine delle storie d’amore. Melodrama è un album di sentimenti genuini, di amori che durano una notte, di party fuori controllo, di edonismo. A soli vent’anni, non ci saremmo certo sorpresi davanti ad un disco paraculo su come sia noiosa la vita da superstar e come si stava meglio prima. Di converso, con le aspettative nel frattempo montate alle stelle nei confronti di questo disco, Lorde ha deciso di impugnare l’arma più brutale: l’onestà.

Dal punto di vista dei suoni, Melodrama è appunto più melodrammatico, decorato e amante della new wave rispetto al debutto. Non a caso Max Martin ha definito incorrect songwriting quel suo particolare modo di scrivere canzoni che volteggiano sul sottilissimo filo che, nel 2017, separa il mainstream dall’alternative. Green Light è un brano galoppante, dal suono fresco, anthemico, corale; Sober, la più vicina ai suoni di Pure Heroin, rimpiazza definitivamente la trap con un beat funzionale alla narrazione e ingabbia i fiati nel sintetizzatore come avrebbero fatto negli anni ’80; The Louvre è pop puro, cristallino come sarebbe potuto essere quello dei gruppi vocali di Phil Spector, e sembra dipingere un quadro perfetto dell’avere vent’anni («We are the greatest, they’ll hang us in The Louvre – down the back, but who cares? It’s still The Louvre»); Perfect Places è un potenziale singolo in coda all’album ed è la versione più armoniosa di un brano dei The XX. E ancora: Supercut è il brano migliore in una tracklist che, di certo, non pecca di abbondanza di possibili inni generazionali: quest’ultimo, in particolare, sembra essere un misto fra i Cure (per l’ampiezza dei synth) e Giorgio Moroder (per l’ossessività dei beat); Writer In The Dark non è certo il primo tentativo di incorporare elementi di Kate Bush in un brano pop, ma è certamente uno dei meno imbarazzanti e, per di più, con un testo da paura («I love you till you call the cops on me»); Sober II è la versione musical theatre/un po’ timburtoniana e meglio riuscita di qualcosa di Lana Del Rey; Liability, infine, ci ridà fiducia nelle ballate da disco commerciale: è un brano intimo e sincero, a metà strada fra James Blake e Mercury Rev.

Quest’album è molto di più di un grimaldello per aprire le porte delle classifiche: i brani sono lucidi, brillanti e tutti necessari. Forse non riscriverà la storia del genere per le generazioni a cui è rivolto, ma rimane un prodotto di una bellezza rara nel mare di monotonia che è il pop d’alta classifica. Con una consapevolezza così disinvolta nei propri mezzi, e un David Bowie ancora a benedirla da lassù («è il futuro della musica»), Lorde è un fiore finalmente sbocciato.

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