• Ott
    16
    2015

Album

Planet Mu Records

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Bizarster = bizarre + disaster? O monster? O hamster? Dal cappello di Luke Vibert, prestigiatore dei sample, può venire fuori di tutto, e magari tutto insieme. Con il settimo album solista firmato con nome e cognome, il “Prince della kitsch-tronica” (che, in oltre vent’anni di carriera, a partire dagli esordi in ambito braindance UK dei primi anni Novanta, ha pubblicato con vari alias e collaborazioni una ventina di long playing e una cinquantina di EP) torna a casa Planet Mu dell’altro veterano IDM Mike Paradinas (che proprio in questi giorni festeggia il ventennale dell’etichetta), portando in omaggio un vaso di miele millefiori della sua dispensa: una collezione di 12 tracce happy hippy hoppy non innovativa ma genuina, gradevolmente fuori tempo.

Si comincia in stile “Cornwall skool” (l’amico conterraneo Richard D. James annuisce) con l’impeccabile ma nostalgica programmazione delle percussioni di Knockout (con la voce dal videogame eighties Punch Out!), mentre con l’electro funk di Officer’s Club è subito Deee-Lite. Il gioco prosegue con Hey Go, uno dei centri di raccolta di memorie meglio riusciti del lotto, innervosito da una fender fusion anni Settanta. C’è spazio per tutti e per tutto, nell’impastatrice temporale di Bizarster: inzuppate nell’amen break, Ghetto Blast Ya e Don’t Fuck Around (c’è anche Pacman: “ti ricordi Power-Pill, Richard?”) diventano madeleine di electro-hip hop. War, con l’urlo di guerra di Sister Souljah sulle svisate dei fiati di una big orchestra innestata sul funky drummer break, centrifuga decenni di storia black. L Tronic è introdotto dallo stesso “scream for daddy” ripreso recentemente anche da Mr. Oizo (con il quale Vibert condivide sense of humor e atteggiamento scanzonato: per saperne di più si veda The Church). Manalog ricorda le gesta del Luke “rolando furioso”, virtuoso della 303, con un giro ispirato a Rufus & Chaka Khan. La title track si trastulla con i suoni sci-fi dei pionieri elettronici degli anni Sessanta. Power Press prende Jungle Jazz di Kool & The Gang e ci fa giocare il bambino. Ma è con I Can Phil It che si raggiunge il massimo dell’irriverenza (o dell’incoscienza?), mettendo in fila, tra il cheesy e il cheeky, il Phil Collins di In The Air Tonight con i Jackson 5, i Run DMC e tanti altri sample presi dall’archivio alla cartella “feel”.

Accatastando rimandi così disparati si rischia di perdere il filo (che ad esempio tiene meglio legato l’album 4 – pubblicato a nome Kerrier District pochi mesi prima di questo Bizarster – passato più inosservato, anche per essere stato firmato con uno dei moniker vibertiani “minori”: occhio a scegliere gli alias!), anche se probabilmente al Nostro la consistency interessa poco. Un album divertente anche senza stupire, da ascoltare rilassati, senza ansie da prestazione (“da dove viene questo sample? E quest’altro?”) e senza chiedere direzioni al conducente.

19 Ottobre 2015
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